Riportiamo tutto a casa

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Enrica Baccini, Responsabile per l’Area studi di Fondazione Fiera Milano si è spesa con il suo team di ricerca per mostrare che la riallocazione delle produzioni in Patria è già stata fonte di buoni ritorni per le imprese italiane che l’hanno sperimentata.
Enrica Baccini, Responsabile per l’Area studi di Fondazione Fiera Milano si è spesa con il suo team di ricerca per mostrare che la riallocazione delle produzioni in Patria è già stata fonte di buoni ritorni per le imprese italiane che l’hanno sperimentata.

Per le economie mature occidentali il volto buono della globalizzazione si chiama backsourcing. Indica il ritorno sul territorio di parti della produzione prima affidate ai Paesi della manodopera low cost. Ma per coglierne le opportunità competitive Italia ed Europa necessitano una strategia precisa.

In quali direzioni si sta muovendosi l’industria? Il professor Giorgio Barba Navaretti dell’università degli Studi di Milano e del Centro studi Luca D’Agliano ha preso in esame le due visioni estreme in proposito. La prima afferma che il manifatturiero sia destinato a diventare di completa competenza delle economie cosiddette emergenti, in nome di una «disintegrazione verticale» agevolata fra gli altri dai ridotti costi del trasporto e del commercio; uniti poi a un sostanziale abbattimento di ogni distanza. La seconda prevede invece che proprio a causa della tendenza al rialzo delle medesime voci di costo possa concretizzarsi un processo di «integrazione verticale» tale da risospingere il manifatturiero verso Ovest poiché «la lontananza colpisce ancora e i costi commerciali sono significativi». Paiono propendere con prudenza per questa seconda interpretazione le voci di Boston consulting group citate da Barba Navaretti: «La riallocazione del manifatturiero globale», ha scritto la società di consulenza, «si farà più pronunciata nel corso dei prossimi cinque anni, specialmente nel momento in cui le imprese affrontano decisioni relative alla localizzazione della capacità produttiva futura».

Note di geografia del valore aggiunto
È probabile che una opinione più realistica possa trovarsi a metà strada fra i due opposti e che le spinte alla disintegrazione e all’integrazione verticale si trovino a coesistere. È una questione di «geografia del valore aggiunto», nelle parole del docente, che dipende dalle caratteristiche dei prodotti oltre che dai costi; e dalle peculiarità dei Paesi in cui li si realizza. Ovvero dalla maggiore o minore competitività degli ambienti in cui essi sono realizzati. Senza contare che la reversibilità delle iniziative di delocalizzazione o riallocazione è dettata anche dall’evoluzione delle condizioni economiche globali. Il rapporto fra euro e dollaro è molto cambiato nel corso solamente dell’ultimo triennio e analogamente è andato differenziandosi il quadro sociopolitico del Far East produttivo. Le cifre dicono che dalla metà degli anni Novanta al 2005 il contenuto di parti importate negli articoli d’esportazione della manifattura italiana è salito dal 26,9 al 34,1% passando per il 31,5% di inizio secolo. Ma svelano anche altro e cioè che la forbice salariale che separa l’industria cinese da quella degli Stati Uniti va restringendosi. Se nel 2000 un operaio di Pechino costava il 3% di un collega statunitense nel 2015 il dato salirà al 17%. Sono naturalmente anche altri i fattori dei quali la produzione europea e italiana o occidentale in genere debbono tenere conto e cioè la necessità di conservare un presidio forte sui mercati locali cui non possono esser negate risposte just in time. Né meno rilevante è l’imperativo di mantenere intatto il bagaglio di conoscenza tipico del Nord Ovest del pianeta. La sfida per quest’ultimo emisfero è allora la riconquista di parti importanti della filiera sull’esempio di quanto accaduto proprio in Nord America durante l’era di Barack Obama quando il rientro in patria di processi trasferiti altrove ha condotto a un innalzamento del Pil pari all’1%. Cogliere le opportunità del mondo nuovo è però possibile a patto di adottare delle politiche precise.

Tagliare i costi ma non i salari
Occorre per esempio limare i costi della manodopera senza per ciò stesso incidere sui salari ma agendo su leve differenti quali la rinegoziazione dei contratti ma anche su una riorganizzazione delle produzioni nel segno dell’automazione. Una strategia che non conduce necessariamente alla perdita di posti di lavoro ma richiede senza dubbio braccia e cervelli più competenti e formati. Prerogativa di un Nord nuovamente concorrenziale può perciò essere quella che Barba Navaretti ha ribattezzato la «manifattura 3.0» fatta di procedimenti altamente standardizzati e digitalizzati guidati dalle innovazioni della robotica in cui l’Occidente eccelle. Non già anacronistici aneliti protezionistici ma piuttosto una doverosa attenzione alle scelte ecosostenibili e alla formazione potranno rivitalizzare l’economia manifatturiera delle nostre regioni e le sue catene di fornitura. Sotto quest’ultimo punto di vista Giorgio Barba Navaretti è stato chiaro sino in fondo ponendo un punto interrogativo quanto all’effettiva possibilità di recuperare quella vasta parte della supply chain specializzata che il ricorso alle professionalità a basso costo ha drammaticamente sfoltito. Altrettanto esplicito è stato però nel dire che «vogliamo il manifatturiero» anche per la ragione importante che genera «posti di lavoro» e per ciò stesso riduce «la disuguaglianza». Compatibilità ambientale e training non sono però pallini esclusivi di Barba Navaretti. Coordinatore dei lavori dell’ultimo World manufacturing forum di Stoccarda il professor Marco Taisch del dipartimento di Management, economia e ingegneria industriale del Politecnico di Milano ha affermato: «Il ritorno delle produzioni in Italia e in Europa è una strategia da perseguire soprattutto in un’ottica di sostenibilità. Rendendosi conto che al di là del fattore-costo non è più possibile impattare sull’ambiente per trasportare materiali. Il modello è cui tendere è la produzione a chilometro zero». Si tratta di un obiettivo chiaramente ideale ma al quale si può aspirare perché «è sensato ipotizzare che aziende e clienti siano disposti a pagare qualcosa in più pur di ottenere prodotti realizzati localmente ma sgravati per esempio dagli eccessivi carichi della logistica. Purché sia poco di più». Al tempo stesso è essenziale il recupero e riuso delle materie prime che possa allentare la dipendenza delle nazioni europee dalle novelle tigri d’ogni dove. E non meno importante è la riformulazione di un fertile humus di competenze e conoscenze adatte all’industria contemporanea.

Conto terzi, primo in competitività
Responsabile per l’Area studi di Fondazione Fiera Milano, Enrica Baccini si è spesa con il suo team di ricerca per mostrare che la riallocazione delle produzioni in Patria è già stata fonte di buoni ritorni per le imprese italiane che l’hanno sperimentata. E contemporaneamente ha mostrato che fra le più vivaci e competitive realtà sul territorio della Penisola ci sono proprio le aziende di dimensioni piccole e medie, agili e reattive, modernamente organizzate e in una parola competitive. «La prospettiva di diventare o tornare a essere un hub produttivo», ha detto Enrica Baccini «stimolerebbe ulteriormente un’innovazione che in Italia è già ben presente e largamente diffusa». Per questo «il riavvicinarsi della manifattura», ha proseguito, «dovrebbe essere un punto essenziale dell’agenda politica italiana ed europea ma l’impressione è che invece tuttora se ne parli poco e sia l’ora di passare invece all’azione. Il riordino degli incentivi non agevola l’eccellenza nazionale mentre sarebbero doverose iniziative e decisioni forti su filiere forti, pure per promuovere l’export». Che sul suolo tricolore una supply chain articolata, robusta e ancor più competente è noto per esempio a investitori esteri come Bosch «che del manufacturing è un autentico colosso mondiale e nel nostro Paese molto ha conservato investendo tantissimo. Ma restando ancorati all’idea del backsourcing come riconoscimento di qualità e competitività ritengo importante», ha detto Baccini, «l’esempio di Ikea che ha trasferito qui tanta parte delle produzioni più sofisticate realizzate in Cina consentendo ai nostri professionisti di divenire suoi grandi terzisti e di acquisire più massa critica». D’altronde il 10% dei subfornitori italiani realizza brevetti, dato molto rilevante se confrontato con le ben più basse medie nazionali. Sono innovativi. E le stime elaborate da Fondazione Fiera Milano rafforzano tale immagine. Nelle sue recenti indagini la Fondazione ha suddiviso i produttori tricolori nelle categorie dei rivitalizzati (dall’acquisizione di nuovi clienti); di quelli in fase di transizione e di quelli in difficoltà. Fra le rivitalizzate è spiccato un 47% di attività di dimensione esigua che per il 41% si sono dette impegnate come terziste; contro un 10% dettosi disponibile a operare nella subfornitura. «Abbiamo rilevato che il 10% delle rivitalizzate», ha detto Baccini, «ha compiuto investimenti all’estero e tali interventi sono aggiuntivi, non sostitutivi, rispetto alle loro produzioni in Italia, a testimonianza della loro vitalità. Del gruppo fanno parte un 34% che dichiara di aver riportato fasi produttive all’interno dell’azienda ed un altro 34% che dichiara di avere invece esternalizzato».

I piccoli pensano in grande
«Queste strategie», ha detto Baccini, «sono certo messe in atto anche per limare i costi produttivi, ma più significativamente per ottenere skill diversi e ridurre i tempi di consegna al mercato (20%)». È questa la filosofia di chi pur non avendo la mole dei colossi industriali pensa lo stesso in grande e non a caso si dedica proporzionalmente a innovare con le energie e le risorse tipiche dei grandi: «Per il 40% hanno affermato di aver introdotto in azienda innovazioni di processo negli ultimi dodici mesi pur non essendo una tipologia di innovazione tanto coerente con la produzione conto terzi; infatti le dichiarazioni sull’introduzione di innovazione di prodotto è ben più alta e si attesta sul 65% dei terzisti e il 78% delle grandi aziende. Un motivo di enorme interesse». Nonostante le solide radici nella nazione d’origine il 10% dei brand intervistati dalla Fondazione ha investito all’estero e per Baccini anche quest’ultimo «è un dato molto forte e di importanza fondamentale». Anche perché mostra una familiarità con gli standard di qualità e produzione richiesti dai panorami globali che potrebbe finire per rivelarsi decisiva qualora si avverasse l’auspicio della Fondazione di fare del nostro territorio un bacino produttivo e un polo d’insediamento industriale per tutta Europa. «Credo», ha detto Enrica Baccini, «che questo possa accadere specialmente in virtù della flessibilità e dell’adattabilità italiana alle richieste dei clienti e ai loro più elevati criteri qualitativi». Non tanto o non soltanto «nella realizzazione di commesse basate sui grandi volumi», ha chiarito Baccini, «bensì soprattutto per la propensione a risolvere rapidamente problematiche complicate». Perché «la competitività non transita più ormai esclusivamente per la considerazione del fattore-costo né dalla proverbiale arte di arrangiarsi, ma dalle potenzialità per essere uno snodo di qualità». Non intendono affatto arrangiarsi secondo la responsabile dell’Area studi tutti quei produttori che sono disponibili a riconvertire il loro business in un’attività svolta per conto terzi. «Crediamo di poter dire che non ci si trova affatto di fronte a una seconda scelta dettata da logiche di pura sopravvivenza», ha chiarito la responsabile dell’Area studi, «ma invece a un’opzione strategica di condivisione di esperienza, e cioè per finire a un posizionamento più forte nella catena del valore».


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