Ricerca italiana: problematiche e prospettive

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L’innovazione, la competitività e il progresso tecnologico delle imprese passano attraverso investimenti in “ricerca e sviluppo”, richiedono l’adesione a progetti e la partecipazione a bandi e attività di ricerca. Oggi più che mai il tema è decisivo: la crisi economica mette a dura prova le aziende alle quali rimangono poco strade per cercare di uscirne. Una di questa è quella del rinnovamento tecnologico che presuppone, appunto, un’intensa attività di ricerca. La collaborazione tra le università, o i centri di ricerca, e le aziende, tuttavia, è impresa storicamente non facile, in quanto spesso esigenze, tempistiche, costi, modi di comunicare non coincidono. Tali diversità, in aggiunta alla burocrazia e alla difficoltà di accedere ai fondi, spesso rappresentano ostacoli insormontabili, e non è un caso che le attività non avviate o portate a termine senza risultati positivi siano ben più frequenti dei casi coronati da successo. La situazione è veramente delicata, soprattutto nel nostro Paese, a tal punto che molti esperti del mondo industriale parlano di una vera e propria “fase di stallo” della ricerca italiana.Ci siamo dunque chiesti: in che modo è possibile uscirne? Quali possibilità concrete vi sono per far sì che imprese, atenei e centri di ricerca collaborino con maggiore profitto? In risposta a tali quesiti abbiamo registrato alcuni autorevoli commenti, diverse idee e testimonianze che vi proponiamo nel seguito. La speranza è quella di contribuire a stimolare la discussione tra imprenditori, tecnici, professori e ricercatori e, dunque, avviare un confronto salutare e schietto tra le parti, augurandoci, per un futuro non troppo distante, che il tempo volga finalmente al meglio.

Prendere esempio dall’estero
Da oltre cinquant’anni Alesamonti S.r.l. (Barasso, VA) è impresa produttrice di macchine alesatrici e fresatrici a montante mobile o fisso (con relativi accessori), riconosciute sul mercato per la loro affidabilità, robustezza e precisione, nonché per l’implementazione di soluzioni innovative.
L’ing. Gianfranco Malagola, direttore tecnico della società, entra subito nel vivo della discussione: «Io ritengo che le piccole e medie imprese, nella maggior parte dei casi, “rischino” ad affidarsi ai centri o alle università per i loro progetti di ricerca, in quanto queste ultime spesso “volano troppo alto” rispetto alle reali necessità delle imprese stesse: costi troppo elevati, risultati teorici non certi, tempi di attesa esageratamente lunghi. Una piccola azienda, invece, ha bisogno di sapere costi, tempi e reali possibilità di successo sin da subito e con la massima chiarezza. Purtroppo, in generale, non è così».

Avete avuto delle esperienze in tal senso? «Certo. Io trovo che, nei rapporti col mondo produttivo, vi sia una differenza abissale tra le università italiane e quelle europee. Le università straniere hanno infatti un approccio completamente diverso: possiedono strutture e personale esperto, composto in genere da ricercatori, il cui compito è quello di “interfacciarsi” con le aziende, magari attraverso visite in loco e incontri tecnici. Ne risulta che accedere alla ricerca è incredibilmente facile e che essa viene condotta nei tempi e nei modi concordati con l’impresa committente. In Italia, invece, gli uffici preposti a questo tipo di attività sono nella maggior parte composti da personale “distante” dal mondo industriale, senza specifiche conoscenze operative, e ciò  non fa che aumentare il già insostenibile livello di burocrazia».

In che modo la situazione potrebbe essere migliorata? «Ritengo che le università italiane debbano “scendere dal piedistallo” sul quale si sono poste, ridurre il livello di burocrazia, azzerare le lungaggini e le perdite di tempo e cercare di venire incontro alle imprese, non solo in via teorica, ma collaborando in maniera proficua e attiva, come avviene all’estero».

Non vede un problema di mancanza di competenze? «Questo no, anzi, credo che le competenze in Italia siano di alto livello. È però anche vero che spesso le competenze di cui le imprese avrebbero bisogno appartengono a pochi docenti qualificati che non sempre possono occuparsi della ricerca: ciò significa che di frequente ai progetti di ricerca vengono assegnati dottorandi, tesisti o ricercatori stranieri che poi, finita la ricerca, ritornano al loro Paese. A noi, spiace dirlo, è capitato così, nonostante ci fossimo rivolti a una delle più importanti facoltà di ingegneria d’Italia».

Insomma, non vede qualche elemento positivo? «Noi abbiamo avuto esperienze negative: alcuni progetti di ricerca, nonostante fossero stati lautamente pagati, non hanno prodotto alcun risultato positivo, anche per mancanza di personale con competenze specifiche o di attrezzature adatte. In un caso, invece, la ricerca ha dato buoni frutti: ciò è successo quando abbiamo avuto a che fare con personale preparato e abituato alle applicazioni pratiche e alle prove di laboratorio, che ha saputo dialogare con noi nei giusti termini. Insomma, la situazione è difficile, ma non disperata: l’importante è che l’università “entri” in fabbrica e metta le proprie competenze al servizio delle imprese. Allo stesso tempo, le piccole e medie imprese devono darsi da fare, magari aggregandosi in associazioni, progetti di partnership o consorzi al fine dir stimolare le università».
Malagola conclude: «Trovo meraviglioso che molte università europee propongano progetti di ricerca alle imprese e non aspettino che siano quest’ultime a bussare alla porta. Molto probabilmente riescono a ricavare dalla ricerca industriale molto di più degli atenei italiani! Dirò di più: è mai possibile che dobbiamo essere noi, piccole e medie imprese, a chiedere alle università italiane di partecipare a progetti e a bandi di ricerca in ambito europeo? Non dovrebbero essere invece le nostre università a coinvolgere le imprese italiane in progetti interessanti dal punto di vista applicativo? I finanziamenti sarebbero cospicui ed entrambi i soggetti ne trarrebbero giovamento concreto. Del resto, è risaputo che i progetti di carattere industriale sono di gran lunga quelli che ottengono i finanziamenti più importanti rispetto alla ricerca teorico-accademica. Alesamonti riceve di continuo proposte di coinvolgimento da parte di università straniere, per esempio tedesche e norvegesi, per partecipare a progetti di ricerca; non sono mai arrivate proposte, invece, da parte di atenei italiani. Sappiamo che esistono ovviamente delle eccezioni come ad esempio l’Università di Trento che sviluppa progetti molto interessanti per le PMI».

Meno burocrazia e contratti a tempo indeterminato
Come noto, ENEA è l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. Essa mette a disposizione del Paese le sue competenze multidisciplinari e l’esperienza nella gestione di progetti complessi. Tra le tante strutture dell’agenzia, abbiamo di recente visitato il laboratorio “Tracciabilità” di Bologna che si occupa di “ricerca nucleare” in modo assolutamente innovativo, cioè applicata ai temi della qualità e della sicurezza degli impianti nei settori dell’industria e dell’agroalimentare. Il responsabile scientifico, Paolo Bartolomei, spiega: «Il nostro laboratorio è nato nel 2012, fa parte del Polo Tecnologico di Bologna e si occupa di analisi isotopiche delle emanazioni aeriformi per il monitoraggio delle emissioni di termovalizzatori e di impianti industriali e nucleari, nonché della tracciabilità e rintracciabilità di prodotti e processi per l’identificazione di frodi riguardanti l’utilizzo di materie prime».

Come avviene il contatto tra voi e le imprese? «Noi sfruttiamo i canali che mettono a disposizione ASTER – il consorzio che lega Regione Emilia Romagna alle Università e agli Enti di ricerca – e il portale ENEA. Il contatto con le imprese, tuttavia, avviene ancora in gran parte per “conoscenza personale” e attraverso il cosiddetto passaparola». Antonietta Rizzo, responsabile dell’unità operativa tracciabilità, interviene: «La nostra sensazione è che, contrariamente a quel che si crede, le imprese abbiamo voglia di investire in ricerca, e chiedano di accedere ai finanziamenti per spenderli effettivamente in innovazione. Il problema è che il mondo industriale vuole dal centro di ricerca risposte veloci e chiare in termini di obiettivi, tempi e prezzi mentre, nella realtà, ciò non avviene quasi mai. La burocrazia è un disincentivo enorme: queste lungaggini possono rendere inutile qualsiasi progetto di ricerca, le imprese si scoraggiano e fuggono».

Quale potrebbe essere la soluzione? «In generale, sarebbe importante essere più rapidi nel rispondere alle esigenze di chi vuole fare ricerca».

E, dal punto di vista delle aziende, quale potrebbe essere il loro contributo a migliorare la situazione? «La nostra esperienza insegna che quando il nostro interlocutore è tecnicamente preparato, la ricerca viaggia in maniera spedita. Le aziende dovrebbero capire che devono interfacciarsi con i laboratori, specialmente innovativi, mettendo a disposizione personale preparato, magari giovani neolaureati, insomma persone che sappiano parlare il medesimo linguaggio di un ricercatore».
A questo riguardo Paolo Bartolomei aggiunge: «Il vero problema è che oggi, in virtù della gravissima crisi economica, le università, le agenzie e gli enti di ricerca non possono permettersi atteggiamenti compassati o di sufficienza come nel passato, anzi, fanno di tutto per porsi sul mercato e strappare contratti di ricerca ovunque. Ormai, infatti, quasi nessun ricercatore sotto i 40-45 anni ha un contratto strutturato, cioè a tempo indeterminato. Questo significa che quando i contratti scadono, occorrono assolutamente nuovi assegni e nuove commesse di ricerca per garantire il lavoro a persone che in molti casi hanno sulle spalle una famiglia da mantenere. La conseguenza paradossale è che gli enti pubblici si fanno ormai concorrenza tra loro e, per mantenere un minimo di attività, accettano di svolgere anche progetti di pura routine e privi di contenuto innovativo. Ma questo è un vero e proprio disastro, perché mortifica le competenze e impoverisce il concetto stesso di ricerca. Brutalmente detto: occorrono assunzioni vere, a tempo indeterminato, e innesti di giovani volenterosi e preparati».

Leggi tutta l’inchiesta (pag.8-9) clicca qui

 

1 COMMENTO

  1. Intervengo sia come docente universitario che come presidente di un consorzio pubblico/privato ed ex-amministratore di uno spin-off universitario e che quindi ha buona esperienza anche nel modo dell’impresa.
    Dopo la legge Gelmini, che ha di fatto imposto una mostruosa (ed a mio personale parere anche dannosa) corsa ad effettuare quante piu’ possibili pubblicazioni scientifiche per progredire in carriera o entrare nel mondo universitario, e’ accaduto che:

    1) I gruppi di ricerca applicata, come quello da me coordinato da molti anni, che hanno sempre collaborato con le aziende e quindi ne capiscono a fondo le problematiche e le necessita’ connesse con i tempi, smetteranno di farlo poiché ovviamente il ritmo imposto dalla folle corsa a pubblicare non e’ compatibile con una ricerca applicata che supporta anche le stesse aziende nel loro processo di sviluppo ed innovazione e che quindi spesso non ha a disposizione i tempi necessari a pubblicare molto. Del resto, un gruppo che collabora con continuita’ con le aziende, significa che produce visto che l’approvazione gli deriva direttamente dall’azienda che commissiona la ricerca e che certo non butta via i soldi…

    2) I giovani hanno perso ogni passione e trasporto soprattutto per la ricerca sperimentale poiché normalmente questa e’ piu’ lunga e meno redditizia in termini di pubblicazioni e quindi viene abbandonata in favore di ricerche piu’ “teoriche” e spesso inutili

    3) C’e’, e ci sara’ sempre piu’, una forte riduzione degli introiti all’Universita’ provenienti dalle aziende che commissionavano specifiche ricerche.

    RIMEDI:

    1) Dare peso nelle valutazioni anche a chi porta fondi all’Universita’ tramite ricerche commissionate dalle aziende e dare piu’ peso ai brevetti (spesso questi sono considerati inferiori ad una pubblicazione). Ovviamente anche le ricerche piu’ teoriche vanno supportate e ben valutate ma non a scapito di quelle applicate!!
    Negli Stati Uniti, quando si assume un nuovo docente in un Dipartimento lo si fa non solo in base alla sue pubblicazioni ma soprattutto in base alla sua capacita’ di portare e di attrarre fondi di ricerca da parte delle aziende.

    2) Dare il credito di imposta alle aziende in modo che queste si sentano invogliate ad investire in innovazione commissionando piu’ ricerca all’ Universita’ (sempre che ora trovino qualcuno disposto a farlo…). Un credito pari al 60% circa di quello che investono e’ piu’ che sufficiente per mettere in moto il meccanismo virtuoso della ricerca a servizio delle aziende e, non secondario, per finanziare in parte ll’Universita’. Un altro risvolto positivo e’ che questo permetterebbe di dare lavoro ai giovani laureati che potrebbero cosi’ gravitare nel mondo universitario per un po’ facendo esperienza diretta sul campo e stando in contatto con le aziende stesse.

    3) Tornare indietro sulla filosofia dei mega-Dipartimenti: questi sono attualmente solo strutture enormi, fortemente burocratizzate, spersonalizzate e che si muovono in modo elefantiaco al contrario di strutture snelle, autonome e che potevano strutturare bene le collaborazioni tra Universita’ ed Imprese, rispettando molto meglio le tempistiche imposte dalle necessita’ aziendali.

    Le mie considerazioni sono prevalentemente rivolte a materie tecnico-scientifiche, tipiche dei politecnici. Per le materie umanistiche queste considerazioni potrebbero necessitare una diversificazione. Personalmente infatti ritengo che non e’ detto che le stesse regole debbano valere sia per il modo tecnico che per quello umanista.

    Infine una considerazione finale (amara): qualsiasi meccanismo si decida, e’ poi sempre fondamentale trovare le giuste persone preposte al controllo ed alla verifica. Va da se, infatti, che persone non appropriate nei posti di controllo faranno fallire sempre anche le migliori idee e proposte.

    Cordialita’

    Domenico Coiro
    Dip. Ingegneria Industriale – Sez. Aerospaziale
    Via Claudio 21
    80125 Napoli

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