Ricerca “con lode”

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Il prof. Pietro Fanghella, responsabile del laboratorio MEC del Dipartimento di Ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti (DIME) dell’Università degli Studi di Genova.
Il prof. Pietro Fanghella, responsabile del laboratorio MEC del Dipartimento di Ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti (DIME) dell’Università degli Studi di Genova.

Il “Dipartimento di Ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti” (DIME) è una delle più importanti strutture dell’Università degli Studi di Genova, nato lo scorso anno a seguito della cosiddetta “Riforma Gelmini” che ha favorito la fusione di dipartimenti universitari più piccoli. Il DIME comprende attualmente circa 80 docenti ed è diviso in diverse sezioni; tra queste, il “MEC”, Meccanica e Costruzione delle Macchine, opera prevalentemente nell’ambito della “meccanica fredda” (progettazione meccanica, simulazione dei sistemi complessi, robotica, studio dei materiali, ecc.), come ci ha spiegato il prof. Pietro Fanghella, responsabile di uno dei laboratori interni:: «Noi svolgiamo ricerca “alta”, di tipo teorico, orientata prevalentemente al mondo della didattica e allo sviluppo della conoscenza attraverso la pubblicazione su riviste scientifiche, e ricerca applicata e industriale, svolta in collaborazione con le aziende. Quest’ultimo tipo di attività prevede anche la partecipazione degli studenti. Disponiamo di un laboratorio con attrezzature di prova di alto livello e, tra le diverse macchine, ce n’è una davvero importante che pochissimi altri centri in Italia possono vantare. Si tratta di una macchina della Schenck, molto versatile e sofisticata, che può, ad esempio, effettuare prove a fatica sui materiali, test vibrazionali o di analisi di meccanica della frattura. La adoperiamo ormai da qualche anno e rappresenta il fiore all’occhiello del nostro laboratorio».

Tipicamente, quali imprese si rivolgono al vostro gruppo di ricerca?  «Il campione è molto vario, ci contattano sia le piccole che le grandi imprese. Il lavoro non manca di certo, abbiamo in corso diverse attività e ognuna di esse può durare anche 24 mesi e valere oltre 100.000 euro. È molto importante per noi non eccedere, in quanto troppe collaborazioni e attività inevitabilmente abbasserebbero la qualità della ricerca».

Come avviene il contatto tra imprese e mondo della ricerca? «Uno dei veicoli più importanti è quello dello “studente”. Ogni studente, cioè, una volta inserito nel mondo industriale, porta nel suo bagaglio culturale il valore dell’Università che lo ha istruito e “lanciato” attraverso stage, tirocini, tesi di laurea. Si tratta di una sorta di “legame culturale” che tornerà attivo nel momento in cui la sua azienda dovrà avviare un progetto di ricerca. Si tratta di un fenomeno frequentissimo e molto importante».

Quanto è importante per le aziende svolgere ricerche come quelle che effettua il vostro gruppo di lavoro? Tali attività danno reali vantaggi competitivi? «La risposta è tutt’altro che banale. Direi che potremmo distinguere due casi, il primo relativo alle grandi aziende, il secondo alle PMI. Le grandi aziende si muovono alla ricerca dei grandi finanziamenti di scala europea, e possono permettersi di concentrarsi su progetti più complessi e articolati, con risultati a lungo termine e addirittura “futuribili”. Le piccole e medie imprese, invece, solitamente attingono a finanziamenti regionali più contenuti. In Liguria, per esempio, negli ultimi tre anni la Regione ha istituito dei bandi di ricerca applicata per favorire la collaborazione tra imprese e università: tali bandi non coprono per intero le spese dei progetti, ma garantiscono il cofinanziamento solo al 40-60%. Ciò significa che per le PMI la ricerca è un costo non indifferente, un vero investimento che esige un ritorno tangibile, con risultati concreti da ottenere nel breve periodo. Ritengo in sostanza che dietro l’attività delle medie e piccole aziende ci sia una vera necessità di innovazione e non la cosiddetta “caccia al finanziamento”. Le PMI impongono a docenti e ricercatori traguardi, termini e scadenze in maniera piuttosto severa e pressante: ciò aumenta le nostre responsabilità perché abbiamo il compito e il dovere di rispondere alle loro richieste».

Quali sono i filoni tecnologici su cui le aziende investono di più nell’ambito della meccanica fredda? «Le principali richieste vertono su soluzioni automatizzate e, soprattutto, meccatroniche. Le imprese ci chiedono di rendere i processi produttivi più efficaci e veloci, oppure di ridurre le dimensioni dei componenti».

In che modo interagite con altre università e centri di ricerca? «Ritengo che le occasioni per gli scambi “istituzionali” di mezzi, uomini e risorse con altri atenei italiani siano piuttosto limitate. In tal senso, le eventuali iniziative sono lasciate al singolo docente che, grazie alle sue conoscenze, può interfacciarsi con altri laboratori e centri di ricerca. Paradossalmente, la spinta dell’UE, che promuove progetti di ricerca con partner di più nazioni, favorisce l’interazione con soggetti stranieri più che italiani. La situazione è migliore nel campo degli studi teorici e delle relative pubblicazioni, in quanto in molti casi si tratta di ricerche che effettuiamo in collaborazioni con altre università, come per esempio il Politecnico di Torino, di Milano e delle Marche».

Ritiene che il rapporto tra imprese e università sia difficile, come molti sostengono? «In generale, le aziende italiane sono restie da sempre a investire nella ricerca, e, in particolare, a utilizzare le competenze disponibili nel modo universitario. L’attuale e grave situazione economica, inoltre, aggrava il quadro generale e non invoglia le aziende a intraprendere attività di ricerca. Oltretutto, anche le università stanno attraversando un periodo difficile e di netta contrazione. Basti pensare, per esempio, che negli ultimi 4 anni, a causa delle diverse riforme e mancate assunzioni, l’Università di Genova ha ridotto del 20% il numero dei suoi professori. Certo, non è detto che questo ridimensionamento sia solo un fenomeno negativo, in quanto anche all’interno dell’Università occorreva ridurre sprechi e inefficienze. In ogni caso, non è una situazione facile e gli atenei devono cercare in qualche modo di trovare stimoli e risorse».

Come giudica lo stato di salute dell’industria ligure? «La Liguria risente della crisi tutto il Paese, forse le difficoltà sono sopraggiunte con qualche mese di ritardo rispetto alle altre regioni industriali, ma è innegabile che ora la situazione non sia delle migliori. Le grandi aziende che ruotano nell’orbita di Finmeccanica sembrano reggere il colpo, e lavorano con profitto in diverse parti del mondo. Poi esistono questioni legate all’acquisto e alla vendita di alcune società, operazioni che in un attimo possono cambiare completamente gli “orizzonti industriali” di un territorio: si pensi per esempio alla “querelle” della cessione di Ansaldo Energia. E vi sono altri ambiti in grossa sofferenza, come quello legato alle telecomunicazioni e alla telefonia mobile: dopo il “boom” degli anni ’90, aziende notissime del settore stanno attraversando una fase di molto problematica. E il tessuto circostante di PMI è a luci e ombre, in quanto certamente esistono aziende in grandissima difficoltà, se non proprio fallite, e altre che invece riescono a rimanere competitive e al passo coi tempi».

Pietro Fanghella conclude con una riflessione a tutto tondo sul mondo della ricerca in Italia: «La crisi, come detto, si fa sentire, ma io non ho una visione ancora così negativa, perché le competenze all’interno delle università e delle aziende ci sono. Servirebbe piuttosto una politica nazionale che sostenesse il tessuto industriale produttivo italiano e, di conseguenza, affiancasse ad essa la ricerca applicata. Purtroppo, la sensazione è che nulla si stia sbloccando da questo punto di vista, e che lentamente l’Italia stia perdendo parte della sua vocazione industriale. Occorrerebbe davvero un cambio di marcia!»

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