Ri-fare l’Italia

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Disque DurTitolo ambizioso certamente. Dopo tutto ambizioso è anche chi sostiene che in Italia la musica sia cambiata. È persona autorevole ed importante e si presume che sappia dove e come operare. Possiamo dire che per adesso abbiamo cambiato disco, ma gira ancora a 33 e non a 45. La puntina è vecchia e il disco, pieno di polvere e con qualche graffio, addirittura solchi in taluni casi, gracchia. Ma in fondo si  percepisce che c’è della buona musica. L’Italia è da ri-fare, ri-progettare, ri-vedere, ri-organizzare. Ma soprattutto in essa dobbiamo ri-credere. Se da una parte Lagarde, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, sostiene che la ripresa europea è in corso ma la crisi non è ancora finita, dall’altra ha timore che l’instabilità Ucraina possa colpire l’Europa e addirittura estendersi a livello mondiale. Se cosi dovesse essere, inevitabilmente peggiorerebbe la stabilità internazionale. E allora per allontanare il più possibile questa malaugurata ipotesi, si prodiga a convincere i governi tutti a promuovere una politica monetaria europea volta a dare ulteriori impulsi alla crescita. Quindi più credito, meno frammentazione in questo “pezzo” del sistema e forse cosi i paesi europei più deboli, come il nostro del resto, potrebbero ipotizzare un’imprenditoria capace di ricredere in se stessi e ritornare a progettare nuovi prodotti. Dare fiducia alle imprese manifatturiere, ma non solo, vuol dire dare fiducia al paese e ri-donare un sorriso. Sembra un’affermazione poetica e invece corrisponde alla cruda realtà. Infatti, l’Ocse nel suo “Better Life Index” afferma che dal 2007 al 2013 è crollata drasticamente la fiducia personale. In Italia nei sei anni presi in esami, coloro che si reputano fiduciosi, si sono letteralmente dimezzati. Oggi solo il 15% degli Italiani si definisce ottimista e fiducioso del futuro. Quindi, niente più sorrisi, niente più positività, niente più ottimismo. Cosa centra tutto questo con un pezzo tornito? In un paese, in un’azienda dove il peso della crisi, la competitività internazionale qualificata ed agguerrita, l’inadeguatezza della macchina statale, intrisa di burocrazia, legacci, scandali, la scarsa occupazione, e infine i politici (non tutti ovvio) poco seri e poco etici, si coagulano in un tutt’uno, si inizia a sorridere poco e quindi vengono meno le idee buone. Viene meno il desiderio di creare, di sperimentare, di innovare. E la nostra manifattura non può sopravvivere senza innovare i proprio prodotti e processi e senza realizzare sogni ancora non sognati.  Lo stesso Presidente della Repubblica parla di “coraggio” e di “coraggio di intraprendere ed innovare”. E allora Signori manifatturieri proviamo a pensare al fatto che l’Italia è da anni leader nel settore aerospazio europeo, che un distretto come il polo delle macchine strumentali vicentino, ha toccato quota 70% di vendite all’estero. Oppure ancora la metallurgia hi-tech di Lecco presente in Italia già dal 700, e da sempre sinonimo di qualità e produttività. Pensiamo che l’Italia è tra i paesi avanzati che, nella globalizzazione, ha conservato quote di mercato mondiale superiori alla Germania; è tra i 5 paesi al mondo che possono vantare un surplus commerciale superiore a 100 miliardi di dollari; che le imprese italiane sono tra le più ecologiche e competitive al mondo. Pensiamo a tutto ciò e guardiamo al futuro con un concreto e sano ottimismo. Qualcuno in questi giorni ma nel 1860 disse:” Qui si fa l’Italia o si muore”. Noi invece, proviamo a ri-farla questa manifattura italiana? Voi cosa ne pensate?

 

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