Opportunità in serbo

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La Serbia è giovane e dinamica. E si sta svelando come un partner prezioso del made in Italy in una varietà di comparti, destinati come si vedrà a moltiplicarsi qualora andassero a buon fine i lavori in corso sul versante, per esempio, degli impianti e delle infrastrutture per il turismo. Certo entro i confini della Repubblica serba le spaccature fra l’una e l’altra porzione di territorio sono marcate: «Si presenta più avanzata e industrializzata la regione settentrionale», ha detto Valerio G. Fratelli, vice segretario generale dell’Associazione delle Camere di commercio dell’Europa centrale o Accoa, «dove non a caso spicca la presenza di insediamenti produttivi che fanno variamente capo all’indotto dell’automobile e alla lavorazione dei metalli e in cui è rilevante l’industria italiana. Diversa la situazione del Sud dove al contrario pesa l’instabilità del Kosovo conteso con l’Albania». Da Nord a Mezzogiorno si fa comunque notare l’emergere di politiche tese ad agevolare l’entrata sul territorio di investitori da oltreconfine fra i quali «è un interlocutore di spicco» la nostra nazione. «L’Italia si situa al terzo posto fra i fornitori della Serbia», ha argomentato Valerio G. Fratelli, «subito dopo la Russia e la Germania. Per l’interscambio siamo al secondo posto dopo la Germania mentre ci siamo piazzati al primo posto per quanto riguarda le importazioni dalla Serbia. Siamo comunque al sesto posto invece per gli investimenti diretti con circa un miliardo di euro collocati». Né deve allarmare il posizionamento del tricolore ai gradini più bassi del podio nonostante la prossimità geografica a Belgrado: «Il risultato», è la spiegazione del vice segretario generale di Accoa, «è dovuto innanzitutto al legame storicamente forte che la Serbia ha con la Russia e poi a quello consolidato con i produttori tedeschi, spesso tuttora considerati dei veri punti di riferimento». L’Associazione è presente nella Capitale con un desk di supporto e sebbene la sua ultima missione diretta sia datata ormai al 2009 è pur degno di nota il fatto che un’altra sia in via di organizzazione e dovrebbe essere compiuta fra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. Contestuale a essa anche l’avvio di una serie di pubblicazioni dedicate alle opportunità che il Paese offre ai possibili partner.

Pronti al trasferimento delle competenze?
«È largamente prevedibile», ha pronosticato Accoa, «il trasferimento di competenze e know how in una molteplicità di settori e l’Italia ha già realizzato stanziamenti imponenti benché Austria e Germania ci sopravanzino. Molto è stato compiuto o si sta facendo in ambito meccanico e sono numerose le aziende dotate di solidi legami con la subfornitura. Si pensi solamente all’immancabile Fiat affiancata però da altre grandi realtà che al di là dell’Adriatico stanno pianificando un’espansione o l’hanno già messa in atto. Non vanno trascurati i settori agroalimentare e della chimica mentre con nuovi insediamenti e progetti sta prendendo piede infine il turismo invernale». In attività in Serbia sono le banche tricolori e veri e propri mastodonti quali Italferr, Allometal, Iveco e Magneti Marelli ai quali vanno sommati business estremamente specifici come quello della ex Adriano Corsi, caso analizzato nel riquadro e appartenente al comparto dei macchinari agricoli. Certo, per procedere minimizzando i rischi è meglio soppesare tutti i pro e contro con la consulenza degli specialisti. Vantaggioso è qui il costo del lavoro con retribuzioni medie attestate attorno ai 460 euro mensili; l’Imposta sul valore aggiunto o Iva è al 18% e quelle sugli utili aziendali e sulle persone fisiche sono rispettivamente del 10 e del 12%. Con un Prodotto interno lordo (Pil) che sale del 2,4% annuo la Serbia ha invece un elevato tasso di disoccupazione che sfiora il 23%; laddove l’inflazione è al 9,3%. Altri sono allora gli elementi di potenziale rischio da tener in considerazione: «Gli aspetti culturali debbono ovviamente esser rispettati e calcolati», ha detto Fratelli, «più ancora se si intende de localizzare che non per dare vita a partenariati commerciali. I risvolti da maneggiare con cura sono quelli relativi a usi e costumi locali e non si può escludere che qualche imprenditore serbo cresciuto con la mentalità del vecchio sistema socialista possa creare qualche problema. È importante valutare la convenienza degli investimenti, insieme però a peso e natura degli alleati». Ciò che non dovrebbe quasi certamente costituire un ostacolo è la differenza delle valute in corso. «Il fatto di non possedere l’euro come moneta corrente rappresenta un impedimento soltanto apparente. Il valore del dinaro», ha assicurato Valerio G. Fratelli, «è abbastanza stabile rispetto a quello dell’euro e pari a circa 114/116 dinari per ogni euro. Dopotutto non va tralasciato il fatto che vi sono altri paesi che dell’Ue fanno parte e che non hanno adottato sino a oggi la divisa unica».

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