Noi, terzisti occidentali di qualità

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Angelo Stroppa
Angelo Stroppa

La crescita manifatturiera di alcuni grandi Paesi asiatici, l’abbattimento di molte frontiere culturali per merito dello sviluppo di tecnologie informatiche e di Internet, il potenziamento dei mezzi di trasporto e di comunicazione, oltre che lo sviluppo di un’unica lingua mondiale (l’inglese) per la regolazione dei commerci internazionali, hanno fatto nascere da circa un decennio il fenomeno cosiddetto della “delocalizzazione”. Si tratta di una mutazione su scala globale che prevede diverse forme di realizzazione: investimenti diretti esteri, joint ventures, outsorcing, subfornitura o subcontrattazione. Più semplicemente, e con particolare riferimento all’industria metalmeccanica, con il termine “delocalizzazione” si intende il trasferimento della produzione di beni e servizi in altri Paesi, in genere in via di sviluppo o in fase di transizione, in cui il costo del lavoro (manodopera, tasse) è molto inferiore a quello delle economie occidentali, a volte anche del 50% e oltre.
Ecco l’interessante testimonianza di  Angelo Stroppa, titolare della Deca Meccanica S.r.l. (Spirano, BG), la quale effettua lavorazioni meccaniche di grande precisione per i più svariati settori industriali.

«Io credo che tutto sia iniziato all’incirca 7 anni fa. L’emigrazione ha riguardato soprattutto i pezzi più comuni, di facile realizzazione, da produrre in grandi lotti. A noi terzisti “occidentali” è rimasta la produzione di qualità: particolari complessi, magari in lotti ridottissimi o monopezzo, da realizzare con strategie di lavoro accurate, macchine di alta tecnologia, diversi piazzamenti, rigorosi controlli. Abbiamo dovuto adattarci a questo nuovo modo di lavorare, utilizzando macchine all’avanguardia ma più flessibili, velocemente programmabili e attrezzabili, in modo da variare di continuo i cicli di lavoro. Abbiamo in sostanza perso “quantità” di lavoro, recuperando tuttavia dal punto di vista della qualità, realizzando particolari per cui conta molto anche la competenza e l’esperienza del personale. Insomma, in pochi anni, è cambiato completamente il modo di lavorare».

Avete notato anche voi, di recente, il fenomeno della “rilocalizzazione”, cioè del rientro di alcune delle produzioni emigrate? «Sì, posso confermarlo. Da circa un anno a questa parte sembra sia iniziato il fenomeno contrario a quello prima descritto: alcune commesse sono ritornate a noi, dopo alcuni anni di assenza. Per esempio, la lavorazione di finitura delle fusioni grezze: alcuni clienti finali pretendono che non siano più realizzate in Cina, India o in altri Paesi a “rischio qualità”. Evidentemente si sono trovati male, e ora ricominciano a rifornirsi presso imprese maggiormente affidabili anche se più care».

Può quantificare il fenomeno? «È ancora piuttosto modesto, pur non essendo trascurabile. Direi che la realizzazione dei pizzi di ritorno si attesta attorno al 5-10% dell’intera produzione».

Come mai alcuni clienti si accorgono solo ora della bassa qualità dei manufatti realizzati in Paesi come Cina e India? «In realtà in quei Paesi la qualità, negli ultimi anni, è molto cresciuta, anche per colpa di noi occidentali, che negli ultimi vent’anni abbiamo fatto di tutto per svendere la nostra competenza e il nostro know-how andando a produrre in certe aree geografiche. Evidentemente, però, la loro qualità non è ancora al top, soprattutto su alcune tipologie di particolari. Inoltre, cinesi e indiani non riescono a essere competitivi quando c’è da realizzare un pezzo speciale o lotti di pochi pezzi, perché le spese di trasporto inciderebbero troppo. Insomma, rimanendo su pezzi di qualità, complessi, difficili da realizzare, specializzandosi in nicchie applicative di alta tecnologia e operando su volumi bassi, riusciamo ancora a essere competitivi. Non rimane che questa strada, anche perché quando il costo del lavoro sarà cresciuto in Cina e India, le aziende si sposteranno e delocalizzeranno altrove: Birmania, Vietnam, Nord Africa. Insomma, nel mondo vi sarà sempre qualcuno capace di produrre un pezzo a prezzi “più bassi”, quindi non è su questo che dobbiamo puntare. Dobbiamo invece continuare a puntare su qualità, innovazione, miglioramento continuo della gestione aziendale, servizio di assistenza al cliente. Così facendo, è difficile che un cinese o taiwanese possa, su questo fronte, competere con noi. Noi, per esempio, negli ultimi tre anni ci siamo dati da fare per ottenere la certificazione di qualità, e questo ci ha permesso di acquisire nuovi clienti in Paesi meccanicamente evoluti, come Germania e Danimarca, dove riusciamo a realizzare i pezzi con la precisione richiesta a prezzi, per loro, molto vantaggiosi».

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