Nanoparticelle, un metodo sicuro per la ricerca

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Peter Wick, direttore dek laboratorio di interazioni tra materiali e biologia di EMPA.
Peter Wick, direttore dek laboratorio di interazioni tra materiali e biologia di EMPA.
Peter Wick, direttore dek laboratorio di interazioni tra materiali e biologia di EMPA.

Dato l’alto interesse pubblico, la ricerca sulle nanoparticelle sta ottenendo molti fondi e ha già prodotto un gran numero di studi: tra il 1980 e il 2010, ne sono stati pubblicati un totale di 5.000 progetti, seguiti da altri 5.000 solo negli ultimi tre anni. Ma cosa si può fare per garantire la sicurezza delle nanoparticelle? Se lo è chiesto lo Swiss Federal Laboratories for Materials Science and Technology (EMPA) con l’obiettivo di produrre un insieme di metodi pre-validati per gli esperimenti di laboratorio. Migliaia di scienziati di tutto il mondo stanno conducendo ricerche, esaminando per esempio se nanoparticelle di biossido di titanio delle creme solari possono penetrare nella pelle e nel corpo o se i nanotubi di carbonio da prodotti elettronici siano pericolosi per i polmoni come l’amianto o ancora se le nanoparticelle negli alimenti possono entrare nel sangue tramite la flora intestinale. Eppure la quantità delle nuove conoscenze è aumentata solo marginalmente, perché la maggior parte degli esperimenti non è condotta in modo adeguato e risulta quindi inutile per la valutazione del rischio. Dopo aver costituito una rete internazionale che comprende altri istituti di ricerca e laboratori, EMPA ha studiato un nuovo approccio che comporta l’uso di prove materiali che hanno una distribuzione granulometrica strettamente definita, possiedono proprietà biologiche e chimiche ben documentate e si possono alterare in alcuni parametri, come la carica superficiale. “Grazie a questi metodi e sostanze di prova, i laboratori internazionali saranno in grado di confrontare, verificare e, se necessario, migliorare i loro esperimenti,” spiega Peter Wick, direttore del laboratorio di interazioni tra materiali e biologia di EMPA. Invece di brancolare nel buio, questo metodo aiuterà a impostare strategie di ricerca coordinata a livello internazionale, non solo chiarendo i potenziali rischi di nuove nanoparticelle in retrospettiva, ma anche prevedendoli.Gli scienziati svizzeri coordinano le loro attività di ricerca con il National Institute of Standards and Technology (NIST) negli USA, il Joint Research Centre della Commissione europea (JRC) e l’Istituto coreano di scienza (KRISS) e standard.

 

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