Lauro Venturi: diventare grandi restando piccoli

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Lauro Venturi

Lauro Venturi é commissario per le sedi della Cna nelle province di Milano e Monza e Brianza. Opera in un momento particolarmente delicato per l’industria lombarda e non solo. Ma a dispetto del clima di «generalizzato pessimismo» che riscontra, suggerisce ai terzisti la via d’uscita. «La rete è una fra le poche possibilità di reazione rimaste», sostiene Lauro Venturi, «purché sia costituita da entità sane (poiché è chiaro che due zoppi non potranno mai camminare come una persona sana) e purché partano non già dallo strumento giuridico del network in sé, ma siano capaci di mettere al centro un progetto concreto fatto dalle competenze per redigere piani razionali».

Sembra facile. Ma qual è la ricetta per il successo di un paradigma aggregativo?
La capacità progettuale necessaria per dare vita a una maglia di conoscenze integrate che trovano respiro anche nella formula dell’associazione temporanea o di scopo. Serve una profonda analisi del mercato che indaghi le possibili sovrapposizioni e stimi il valore aggiunto che un’alleanza di questo genere può creare. Servono valutazioni motivazionali e professionisti che sviscerino ciò che potrebbe essere d’ostacolo anche a livello personale. Una governance adatta eventualmente delegabile anche a personale esterno con manager temporanei che sovrintendano alla tecnostruttura di rete e la gestiscano.

È il metodo per diventare grandi restando piccoli, come Lei ha scritto?
È un’opportunità di crescita e un modo per cavalcare la globalizzazione ma deve essere guidata dall’alto con uno sforzo di mentoring. Mettersi insieme è arduo, ma quando si ha successo nell’integrarsi alla filiera di un committente con lavorazioni correlate e capacità gestionali, si diventa concorrenziali e strategici per i committenti. Ma bisogna lavorare sulla supply chain, sulla logistica, sulla progettazione, infine sul design.

Il mentoring è fra le prerogative della Cna di Milano e Monza?
La Cna ha messo a punto Cna Innova che gode di grande interesse grazie agli eventi dell’Academy centrati principalmente su tre argomenti. Check up finanziario delle imprese; compliance fiscale e reti di aziende.

Ma qual è lo stato di salute dell’imprenditoria locale oggi?
L’internazionalizzazione è decisiva: oggi solo chi riesce a lavorare con regolarità sul mercato estero o con committenti che vi hanno uno sbocco può garantirsi flussi di lavoro continuativi.

Gli altri, invece?
Dilaga un pessimismo frutto di difficoltà reali e alimentato da media per i quali è sempre ciò che è più cupo a fare notizia. Elementi che frenano gli investimenti e cui fanno da corollario altre criticità.

Allude alla stretta bancaria sul credito?
Sugli affidamenti le banche stanno portando a rientri generalizzati e magari ingiustificati anche realtà solide e in salute mettendo così all’angolo anche chi è in attivo e privo di un flusso di credito sul breve e complicandone così le possibilità di mantenersi puntuali nei pagamenti.

Senza dimenticare la pressione fiscale.
Il carico d’imposta è oltre il livello di guardia. Un alleggerimento non è procrastinabile. Sarebbe tragico non dare ossigeno alle aziende specie sulle imposte dirette che sono responsabili dei maggiori problemi di liquidità, Iva in primis. Esser piccoli non può divenire una colpa perché le Pmi sono il petrolio del Paese. In mezzo a questo giacimento ci si aggira brandendo un fiammifero di pregiudizio e superficialità. Si deve agire sulla burocrazia e i suoi costi. I soli adempimenti burocratici portano oneri diretti e indiretti di valore pari a tre mesi di lavoro di una Pmi.

Quali sono le principali vocazioni dei terzisti lombardi? Quali patiscono di più la crisi?
In provincia di Milano l’area metropolitana ha un alto tasso di terziarizzazione e di attività di servizio. Nei comuni della cintura, da Rho a Paderno e Gorgonzola, troviamo la subfornitura meccanica e delle materie plastiche. In Brianza il legno coi suoi annessi e connessi, per dirla in sintesi. Soffrono le aziende che non sono inserite in filiere qualificate, il cui estremo verso finale, medio o grande committente, è stabilmente presente sui mercati internazionali. Soffre poi chi ricopre un pezzo troppo piccolo della catena del valore, a meno che non si tratti di nicchie altamente specializzate, stando attenti a che la nicchia non si trasformi in loculo, a causa di una monocommittenza che, se disgiunta da un chiaro disegno di comakership, diventa perdita di potere contrattuale e di autonomia.

Le imprese fondate da cittadini stranieri: un modello per il futuro?
Non ci credo, benché ritenga che i nuovi italiani siano una risorsa. Non credo nemmeno al vagheggiato secolo cinese, convinto invece che l’epoca dei trasferimenti d’azienda in Oriente sia al capolinea perché il taglio dei costi è una politica valida sul breve periodo, ma non di ampio respiro.

Un insegnamento per il Paese?
In parte sì. All’Italia serve lungimiranza intesa come capacità di ricerca su orizzonti temporali vasti. Studiare una fase e applicarvi rimedi è relativamente facile. L’insegnamento vale per le imprese che devono dotarsi di una miglior gestione del commerciale curando qualità e valori che dal prodotto si spostano verso la conoscenza. Pesa l’assenza di una politica industriale oggi latitante. Guardiamo al settore dell’auto come un settore di prospettiva, quando il Pil dell’avvenire non è certo lì.
Ma da ottimista che si preoccupa so che ce la faremo anche questa volta, anche se la crisi è morfologica, non ciclica.


 

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