La sharing economy: sarà vera gloria?

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ErmesFerrari

Controcorrente – anteprima aprile

 

ErmesFerrariOggi va di moda parlare di sharing economy, la cosiddetta economia della (con)divisione, considerata pressoché universalmente come una panacea a tutti i mali della nostra società. Sarà vero?

Qualche dubbio in merito mi pare lecito, perché a bene vedere questo tipo di “economia” interviene sui consumi, più che sulla produttività. In altre parole, serve a massimizzare i questi ultimi. In che modo? Beh, le neo imprese possono sviluppare i propri prodotti negli stessi spazi (i cosiddetti Fab Lab nascono per permettere l’utilizzo congiunto di computer, stampanti 3d, eccetera). Oppure lo stesso servizio si può rivolgere a diverse persone (Bla Bla car è una rete che si propone di mettere a disposizione posti auto a chi già deve fare un viaggio, così da dividere i consumi). Insomma, questa economia, più che aumentare la produzione fa diminuire i costi, cioè, ottimizza la domanda.

Fatto che non stupisce, perché quando si divide – è questa l’operazione matematica che suggerisce il processo di cui si sta parlando – il quoziente generalmente è sempre più basso del dividendo. Ma è un fatto inconfutabile che l’economia della condivisione si traduca in una perdita netta di posti di lavoro: sono numerosi i settori che hanno fatto la conoscenza delle conseguenze di questo approccio. E non mi riferisco soltanto ai taxisti che subiscono la concorrenza di Uber: ci sono industrie, come quella della grafica, messe di fatto al tappeto dalla condivisione digitale. Peraltro, corre anche l’obbligo rilevare come la deregulation che regna nell’economia della condivisione crei notevoli… grattacapi alle imprese “tradizionali”.

Insomma, ad analizzarla bene la sharing economy può essere uno strumento utile dal punto di vista ambientale – perché rende più efficiente i consumi – finanche sul piano sociale, aumentando le opportunità professionali. Ma, per quanto attiene l’economia in senso stretto, mi pare che questo approccio possa servire più che altro ad affrontare la decrescita. Che difficilmente può essere felice, se non è accompagnata da una puntuale politica di redistribuzione dei redditi. Ma questa è un’altra storia.

Sono del tutto consapevole del fatto che le persone che operano nella sharing economy, frequentemente, per età e forma mentis, credono in una rivoluzione che parta dal basso. Sono persone che scelgono la collaborazione perché è la loro dimensione naturale: vivono spazi condivisi di lavoro, optano per sistemi aperti e software liberi, credono nel cambiamento dei modelli di consumo per mezzo della costruzione di reti sociali, si immaginano come l’ingranaggio di un sistema in movimento, agile e flessibile, e sono là a dirti che è bello lavorare, se si lavora liberamente con chi ha desiderio di fare una cosa e la fa con passione. Sono per l’eliminazione delle barriere e delle frontiere.

Però continuo ad essere perplesso. Anche perché, in alcuni casi, si tratta molto semplicemente di cose vecchie fatte in un modo nuovo: anche le fiere, ad esempio, sono un luogo di condivisione

Allo stato attuale, però, mi pare che ad oggi la portata di questa rivoluzione sia più mediatica che economica. Poi, se son rose fioriranno. Ma non scordiamoci la vecchia, cara, solida, tradizionale manifattura, rispetto alla quale la sharing economy può offrire vantaggi economici (i risparmi ottenibili, ad esempio, nella prototipazione affidata ai Fab Lab, o nella gestione della logistica, spedizioni e quant’altro). Ma non si tratta, per ora, di vantaggi decisivi. Ecco perché credo che oggi sia ancora opportuno mettere al centro del mirino il sostegno a queste attività concrete, sulle quali poggia quell’economia reale che magari crescerà meno di altre, che sarà meno televisiva, ma che alla fine è quella che non tradisce.

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