La sentenza: infortunio di una lavoratrice minorenne. Quali responsabilità?

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subfornitura la sentenza
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Una lavoratrice, assunta presso una ditta come praticante per il periodo feriale e assegnata al comando di una macchina, aveva istintivamente cercato di allontanare un pezzo di profilo in gomma tagliato, entrando così in contatto con la parte dell’utensile per il taglio non protetta, procurandosi una lesione alla mano destra. Dell’infortunio venivano dichiarati responsabili in primo grado il datore di lavoro e il responsabile del servizio di prevenzione e protezione della ditta, entrambi condannati per il delitto di cui all’art. 590, commi 2 e 3 c.p., per avere cagionato per negligenza, imprudenza e/o colpa a una lavoratrice minorenne una lesione alla mano destra, comportante una incapacità di svolgere semplici attività per la durata di almeno 75 giorni, con l’aggravante di aver causato una incapacità di svolgere le ordinarie occupazioni per la durata di oltre 40 giorni e di aver commesso il fatto in violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni. In particolare, il datore di lavoro viene condannato per aver violato l’art. 89 D.lgs. n.626/94 per avere omesso l’elaborazione del documento contenente la valutazione dei rischi e l’individuazione delle misure di prevenzione (non avendo egli considerato i rischi connessi a una «macchina per il taglio di materiale in gomma» ad azionamento pneumatico, non munita di alcun dispositivo di sicurezza, atto a evitare il contatto con l’utensile da taglio), per avere omesso di corredare la valutazione con la documentazione prevista dal D.P.R. 459/96 (manuale di istruzioni per l’uso e la manutenzione, attestato di conformità, marcatura di conformità CE), per non aver valutato i particolari rischi in relazione alla presenza di lavoratori minorenni con riferimento all’art. 7 Legge n. 977/67 nonché quanto previsto dall’art. 389, lett. a) D.P.R. n. 547/55, per avere omesso di munire la macchina in questione di dispositivi di sicurezza atti a evitare che le mani o altre parti del corpo dei lavoratori fossero offese dalle parti taglianti o altri organi mobili. Nel 2012, in secondo grado entrambi gli imputati venivano assolti e a seguito di ricorso del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Trento, Sezione Bolzano, è intervenuta la Suprema Corte. La Corte di Cassazione Penale, Sez. 3, nell’annullare il provvedimento di appello, con la sentenza n. 46706 del 22 novembre 2013, ha enunciato una serie di precisazioni e principi. Innanzitutto, i giudici hanno chiarito che il giudice di secondo grado «non ha posto nel giusto rilievo la circostanza che la lavoratrice si è infortunata proprio nello svolgimento delle sue mansioni, senza porre in essere alcun atto abnorme, tale non potendo considerarsi l’operazione di pulizia della macchina stessa che, stante la mancanza di protezione, ha portato la mano della lavoratrice a contatto con la lama della macchina». Riprendendo quanto più volte ribadito dalla giurisprudenza (in tal senso per tutti Cass., sez. 4, 10 febbraio 2011, n. 13763), la Corte ha poi chiarito che « l’esistenza del rapporto di causalità può essere escluso unicamente nei casi in cui sia provata l’abnormità del comportamento del lavoratore infortunato e sia provato che proprio questa abnormità abbia causato l’evento dannoso» e quindi di conseguenza statuito, che «non può considerarsi abnorme il comportamento del lavoratore che abbia compiuto un’operazione rientrante pienamente, oltre che nelle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro a lui attribuito».

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