La nuova rivoluzione industriale

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ErmesFerrari

Controcorrente – febbraio 2016

ErmesFerrariLa chiamano “Industria 4.0”, una definizione nata nel 2011 in Germania, ad Hannover, guarda caso in una fiera, occasione di scambi commerciali, ma anche di innovazione culturale e industriale. Si tratta dell’ultima frontiera del settore manifatturiero, che alle rivoluzioni si è ormai abituato, peraltro partendo da lontano: dalla macchina a vapore alla produzione standardizzata, con la robotizzazione e tutto il resto, sino ad arrivare alle tecnologie digitali. Ora tocca invece al cosiddetto “internet delle cose”, alla rete, utilizzata non solo per scambiarsi informazioni, ma addirittura per trasferire materialmente oggetti.

Sia chiaro: non è che spariranno le fabbriche e che torni e robot saranno sostituiti da computer e stampanti 3D. Nulla di tutto questo: i capannoni saranno sempre al loro posto, i prodotti e materie prime continueranno ad aver bisogno di magazzini, magari solo un po’ più piccoli di prima. Ciò che cambierà sarà il modo di produrre: i prodotti diventeranno sempre più personalizzabili, le macchine sempre più intelligenti. Un’intelligenza, però, sempre più da gestire.

Come si traduce, nei fatti, la locuzione Industria 4.0 dipende dalla tipologia di impresa. Per qualcuno può significare mettere in rete diversi macchinari, per altri trasferire modelli, oppure ottimizzare la prototipazione, migliorare gli standard qualitativi del prodotto diminuendo i resi, ridurre gli infortuni. Insomma, si può declinare davvero in tanti modi questa nuova opportunità di produrre. Di certo c’è che, a differenza di altre innovazioni tecnologiche, questa è davvero una filosofia produttiva che non conosce barriere dimensionali: tutte le aziende possono praticarla.

Sin qui la teoria, perché nei fatti c’è ben poca preparazione in merito. Non c’è negli imprenditori, non c’è nei manager, almeno a giudicare dalla prime ricerche sviluppate in questa direzione (spesso e volentieri da società tedesche, guarda un po’). E’ il caso dell’indagine realizzata da Staufen Italia, società di consulenza nel lean management.

Dati alla mano, il 70% degli imprenditori intervistati si attende grandi cose dall’applicazione di questa nuova metodologia. Il fatto è che nemmeno questi imprenditori sanno individuare bene gli effetti di questa rivoluzione industriale. Soprattutto, non si stanno preparando, visto che il 75% dichiara di non aver intrapreso nessuna strada formativa in questa direzione e, addirittura, quattro imprese su dieci affermano di non aver affrontato ancora l’argomento.

Al solito, manca una regia, manca la consapevolezza del momento, mancano le infrastrutture: in quali scuole – dalle superiori all’Università – di parla di industria 4.0? Dov’è quella banda larga sulla quale deve appoggiare quell’economia della condivisione che alla base di questa nuova processo produttivo? Insomma, niente di nuovo sotto il sole: ancora una volta saranno gli imprenditori a dover fare tutto da soli, in base all’esperienza individuale e alla propria propensione al cambiamento, magari aiutati dai soliti finanziamenti a pioggia, spesso poco selettivi e altrettanto poco utili.

Il consiglio, allora, in attesa che questa condivisione virtuale si diffonda nel mondo della produzione, è di insistere nella condivisione reale, quella che nasce dal tenere aperti gli occhi sul mondo: nelle fiere, nelle relazioni con i clienti e i fornitori – non quelle che si esauriscono nei rapporti commerciali, si badi bene – ci sono già i prodromi del cambiamento. Occorre coglierli, perché le rivoluzioni migliori, quelle più efficaci, sono quelle volute, non quelle imposte. Quelle che anticipano, non quelle che arrivano di rincorsa. Come invece sono quelle che si manifestano da noi.

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