La fuga dei cervelli… e dei brevetti

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la fuga dei cervelli... e dei brevettiIn occasione del convegno “Il valore della ricerca, la creazione di opportunità: pubblico e privato uniti per la ricerca made in Italy”, tenutosi a Catania e organizzato dall’Università di Catania, l’Università La Sapienza di Roma ed Eli Lilly, è emerso che dall’Italia non fuggono solo i cervelli, ma anche i brevetti. Proprio così, a seguito dell’impossibilità di trovare realizzazione nel bel Paese a causa dell’ineluttabile trasferimento che sono costretti ad affrontare, i nostri ricercatori decidono di svolgere all’estero anche tutto il percorso di trasferimento tecnologico che costituisce il frutto del loro inestimabile lavoro. Cosa comporta questo?  I 243 brevetti di paternità dei nostri 50 migliori ricercatori rimangono lì all’estero, nei Paesi che hanno saputo accogliergli e coltivarli,  e tradotto significa che l’Italia perde anche il rendimento da essi derivanti, pari a un miliardo di euro all’anno.

Questi dati provengono da OCSE, ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) e I-Com (Istituto per la Competitività) che hanno dimostrato come in Italia il passaggio da studio scientifico a brevetto, vale a dire applicazione industriale e quindi denaro, sia di gran lunga inferiore alla media danese (9 volte in meno) o tedesca, francese piuttosto che spagnola (4 volte in meno), nonostante in Italia si producano studi scientifici qualitativamente e quantitativamente superiori alla media OCSE. Le motivazioni si possono trovare  nella realtà industriale di pmi, le quali non dispongono certamente di ingenti capitali da investire in ricerca e nell’atteggiamento di ritrosia nei confronti del mercato degli stessi ricercatori italiani”.

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