Interpretare il futuro per scrivere la storia

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Stefano Colletta editoriale
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Siamo abituati a studiare la storia, consapevoli che è stata scritta da uno storico, attento alla ricostruzione e alla spiegazione di accadimenti del passato. Sarà cosi anche in futuro. E la storia che i nostri nipoti studieranno a scuola, sarà di certo scritta ancora una volta da uno storico, che ricostruirà i fatti del passato e cercherà di interpretarli a suo modo. Ma noi che viviamo in questo presente, abbiamo una chance in più rispetto al passato. La nostra contemporaneità grazie ai moderni mezzi di comunicazione, alla velocità con la quale si propagano le informazioni, ci permette di interpretare il futuro in tempo reale e scrivere la nostra storia. Ma capire i segni della nostra epoca, oppure del prossimo triennio, non è attività semplice, bensì articolata e in costante mutazione. Dovremmo vivere con uno storiografo accanto, in modo da avere un decodificatore al nostro fianco che ci traduca i segni di questi anni difficili, in modo da avere più elementi per disegnare la nostra rotta. Credo che in Italia ancora una volta la classe dirigente è troppo attorniata da politici, e poco da storiografi. Forse è maggiormente concentrata sui selfie e poco attenta a fotografare i segni del futuro. Troppo presa a reggersi in sella tenendo i piedi ben saldi sulle staffe, piuttosto che domare il cavallo e provare a saltare gli ostacoli e cominciare a galoppare. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per il quale le nostre aziende sono le più tartassate al mondo. La Banca Mondiale ha ufficializzato nel suo ultimo report annuale “Paying taxes”, che le la pressione fiscale per le Pmi italiane raggiunge il tetto del 65,8%. Meglio di noi la Francia (64,7%), la Spagna (58,6%), la Germania (49,4%), il Regno Unito (34%) e infine l’Irlanda (25,7%). Ma non finisce qui. Le nostre imprese impiegano 269 ore per adempiere al pagamento delle imposte, contro le 132 della Francia. Oltre la beffa l’inganno. L’Ocse nel sul ultimo rapporto dedicato a “ Le politiche per le PMI e l’imprenditoria in Italia”, dichiara che le piccole e medie imprese italiane sono realmente la colonna portante dell’economia, e rappresentano l’80% dell’occupazione e il 67% del valore aggiunto. Giustamente quindi, abbiamo da una parte un patrimonio di Pmi che generano prodotti di qualità e dall’altra, tasse alte, tempi lunghi per pagarle, una burocrazia eccessiva, scarsa fiducia, deflazione come 50 anni fa, consumi ridotti al minimo. Mi domando dove stia guardando il nostro Paese, o cosa è intenta ad “ammirare”. Sarebbe sufficiente credere nelle imprese, ridurre il cuneo fiscale, attrarre capitali ed investimenti stranieri, essere più presenti in maniera radicale nei paesi esteri, migliorare il sistema formativo, sburocratizzare, snellire le procedure, alleggerire la macchina burocratica e soprattutto, elaborare una vera strategia industriale per il paese. Converrebbe tornare in chiave moderna al vecchio saper fare, alle professionalità vere, con un sistema meritocratico semplice ed efficace e possibilmente veloce. Un sistema industriale, professionale e politico, che risponda non più alla domanda “chi sei”, ma “quale valore aggiunto sei capace di produrre”. Un sistema che non speri nella ripresa dell’economia, ma che abbia gli elementi giusti per decriptare il futuro e scrivere oggi la nostra storia.

Voi cosa ne pensate?

 

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