Internazionalizzazione, una finta novità

0
362

Numeri e statistiche continuano a confermare che le vendite sui mercati esteri sono l’unica valvola di sfogo e fonte di ossigeno per la produzione italiana ed europea di macchine utensili. le iniziative di supporto all’internazionalizzazione si moltiplicano ma scegliere la strategia corretta è essenziale. Intervista a Franco Cesaro, titolare dello studio Cesaro e Associati, da quasi trent’anni impegnato nella consulenza alle aziende familiari italiane con una casistica da circa 500 referenze.

Franco CesaroSecondo la Sua esperienza, dottor Cesaro, quali sono gli ingredienti dell’export di successo?
Dando per scontata l’informatizzazione forte delle aziende e chiarendo che a vincere non è chi de localizza ma chi fa leva sulle caratteristiche del suo territorio per cercare poi i panorami più adatti, credo che la chiave di tutto sia la ricerca, la capacità non da tutti di innovare continuamente. Se non si destina con costanza una parte degli utili all’innovazione allora è difficile proporsi sui mercati in modo efficace. Servono prodotti unici e rivoluzionari per poter orientare i prezzi di vendita a proprio vantaggio. L’alternativa è competere sui volumi e per conseguenza lavorare sui prezzi. Non solo. C’è bisogno di una forza lavoro relativamente giovane e dotata di una visione aperta e globale. Dall’inizio dello scorso decennio chi ha investito in quest’ambito ha avuto ottimi risultati, prima che esplodesse una serie di crisi che sono state il simbolo della transizione del valore aggiunto dalla concretezza tipica del manifatturiero, dalle cose vere, a fattori di ordine emozionale o finanziario.

Chi sono le giovani generazioni alle quali pensa e come possono crescere entro le attuali Pmi?
Il loro percorso di crescita negli anni Duemila è stato reso possibile dalla presenza dei maestri di lavoro che nella cultura della fabbrica di memoria olivettiana li hanno accompagnati e formati a 360 gradi. Gli anziani sono figure tuttora decisive nella piccola e media impresa e trasmettono il valore fondante dell’entusiasmo per il lavoro consentendo ai giovani di essere determinati e determinanti pur provenendo da esperienze diverse. È il modello del capitalismo personale che è però tutt’altro che provinciale: implica un bagaglio di relazioni, valori e legami con il territorio che resistono e si arricchiscono con l’internazionalizzazione. La nuova leva che ho in mente è costruttrice di una imprenditoria globalizzata che approda sì a Pechino o altrove ma ha forti radici sul suo territorio.

Non è questo in fondo uno dei punti di forza del sistema produttivo nazionale?
Lo è ed è un paradigma tuttora dominante in Germania e nel Nord Europa, in Francia o in talune regioni degli Stati Uniti. È stato uno dei valori fondanti dell’industria italiana sino al momento in cui in molti hanno deciso di scimmiottare esempi di importazione con esiti discutibili e ben visibili.

Alla luce di queste considerazioni il successo sui mercati globali è ancora alla nostra portata?
Non vorrei fare demagogia, ma l’internazionalizzazione mi sembra una finta novità. Siamo sempre stati global sin dai tempi di Marco Polo e la toponomastica mondiale lo dimostra. La curiosità è in noi innata; ma una intera generazione è stata illusa da Internet e lì si è fermata. Servono giovani imprenditori curiosi che si alzino e vadano in giro per il mondo, posto che il sistema-Paese abbia voglia di stimolarli e agevolarli. Ma in tutto questo la politica c’entra sino a un certo punto o non c’entra affatto, perché siamo noi stessi, i nostri colleghi e partner a dover costruire l’idea della polis.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here