Il nuovo Made in Italy è nella meccanica

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Daniele Vacchi, Direttore Progetti Speciali IMA.
Grande affluenza di pubblico alla seconda edizione di FIMI presso la sede de IlSole24Ore a Milano – Momento di apertura con Donald Wich, AD Messe Frankfurt Italia.

Detlef Braun, componente del Consiglio di amministrazione dell’ente Messe Frankfurt, chiude con deciso ottimismo il secondo Forum sull’internazionalizzazione del made in Italy, organizzato dalla Fiera di Francoforte a quattro mani con Il Sole 24 Ore.  «Per l’Italia i bei tempi non sono un ricordo del passato», ha detto, «ma rappresentano l’avvenire. Perché il made in Italy ha molto in comune con il claim pubblicitario dei processori Intel. È cioè inside, nel cuore di una moltitudine di prodotti eccellenti anche se in molti casi non è dato vederlo». Soprattutto, secondo i calcoli che il vicepresidente di Fondazione Edison e docente di Economia industriale e Commercio estero dell’università Cattolica di Milano Marco Fortis ha presentato l’Italia è nel manifatturiero in posizione di leadership mondiale. Braun ha inoltre sottolineato come la componentistica tricolore copre in taluni casi sino al 40% dell’equipaggiamento delle più brillanti vetture tedesche. E non da ultimo ben 1.500 aziende del nostro Paese sono partner delle attività globali di Messe Frankfurt e anche questo è il segno delle molteplici sinergie fra le due nazioni trainanti dell’Unione europea, l’una al primo e l’altra al secondo posto delle graduatorie continentali delle esportazioni. Tanto da far dire ancora a Detlef Braun che il made in Germany non potrebbe esistere senza il made in Italy, viste anche le similitudini che legano i rispettivi tessuti imprenditoriali, entrambi basati in misura preponderante sulla manifattura. Proprio sul manifatturiero è necessario scommettere con forza e fiducia in vista dell’agognata ripresa economica, essendo il 70% del commercio mondiale fondato proprio sullo scambio dei prodotti del manufacturing.

Scenari ottimisti, finalmente

Daniele Vacchi, Direttore Progetti Speciali IMA.

Ci deve essere ottimismo, perchè, a dispetto delle crisi e delle conseguenze di discutibili politiche economiche locali o comunitarie, siamo ancora un Paese in salute dal punto di vista della produzione industriale e dell’innovazione. Lo dimostra anche il fatto che quando fioriscono, le alleanze strategiche fra la vision tedesca e le competenze nostrane, si trasformano in esemplari casi di successo. Uno fra questi è stato a sua volta protagonista del Forum di Messe Frankfurt e de Il Sole 24 Ore: stiamo parlando dell’Ima, azienda specialista delle macchine e dell’automazione al servizio dell’imballaggio, con quartier generale a Ozzano dell’Emilia (Bologna) e cioè nel pieno centro della packaging valley nazionale.
L’azienda avendo iniziato oltre mezzo secolo fa con il confezionamento del tè, non poteva che avere una vocazione all’export iscritta nel codice genetico e, non a caso, la sua quota di vendite oltreconfine è oggi del 94% su un fatturato complessivo superiore ai 750 milioni di euro. 3.500 dipendenti in 70 Paesi dei quali 2.000 sono in Italia, per bocca del suo direttore delle comunicazioni corporate Daniele Vacchi. Ma ha anche ricordato che lo Stivale potrebbe fare ancora meglio qualora si superassero in Patria le dicotomie fra pubblico e privato e le risorse nazionali fossero veramente messe a fattor comune e fatto fruttare. Non solo però la Germania deve essere un benchmark ma una partner cruciale per l’affermazione del made in Europe a fronte della crescente concorrenza dei rivali extraeuropei. La dimensione delle imprese non è un problema a differenza di quanto pensano e scrivono i guru del mantra «piccolo non è bello», visto che anche il tessuto economico tedesco è più ricco di Pmi di quello che non si sospetti. E perché è opinione di Vacchi che le aziende si sviluppano adattandosi al contesto in cui operano e la loro grandezza non deve né può esser giudicata in base a parametri qualitativi o gerarchici a priori. Se però è la forza contrattuale e una certa maggiore influenza al tavolo della trattativa che si va cercando, le forme di una fruttuosa aggregazione esistono. La packaging valley ne ha dato un esempio creando una piattaforma territoriale integrata delle competenze e delle specialità della meccanica. Forte dei suoi valori economici e non solo essa può dialogare con le istituzioni europee anche in vista degli obiettivi di sviluppo, competitività e sostenibilità previsti dal programma comunitario Horizon 2020. Anche questo è in fondo un modo di irrobustire globalmente una produzione tricolore che nell’imballaggio viaggia a ritmi inarrivabili per la maggior parte dei competitor. Nonostante la crisi. E soprattutto a dispetto di tutte le lacune del sistema Paese.

In conclusione, il nostro manufacturing è il presupposto per la crescita e la competitività globale e, in un momento in cui finalmente si comincia a intravedere la luce,  l’innovazione rimane la manifestazione sponatanea di un organismo che deve rimanere sano e, quindi, non è più destinato ad appassire.

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