I passaggi d’impresa, i numeri di un problema. E voi siete d’accordo?

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ErmesFerrari
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Ermes Ferrari, responsabile Ufficio Studi e Ricerche Cna Modena

Il problema c’è, lo certificano i numeri elaborati più o meno un anno fa dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza. Il problema è quello dei passaggi generazionali d’impresa, che coinvolgono all’incirca 80.000 aziende all’anno, delle quali appena un quarto supera il primo passaggio, una percentuale che si riduce al lumicino – 5% – quando si arriva al terzo. E se si pensa che in Italia il 99% delle aziende è rappresentato da Pmi e che oltre il 93% sono a conduzione familiare, diventa ben chiaro cosa si rischia sottovalutando la questione: un forte depauperamento manifatturiero e un ulteriore elemento di crisi per l’occupazione (l’Unione Europa stima che i posti di lavoro persi a causa dei fallimenti nella trasmissione d’impresa ammontino a seicentomila all’anno).

A rendere tutto più difficile, manco a dirlo, la “solita” globalizzazione. Già, perché se una volta a rendere possibile la trasmissione d’impresa bastava un “proprietario”, qualcuno che ci mettese soldi e magari buona volontà, ora questi due requisiti non bastano più: servono capacità manageriali che contemplino la gestione finanziaria dell’azienda, lo sviluppo commerciale, eccetera eccetera.

In poche parole, serve l’applicare, anche nell’impresa di famiglia, la filosofia tanto evocata, ma scarsamente praticata, della meritocrazia. Cioè, serve la consapevolezza che non sempre i figli garantiscono la continuità del successo competitivo d’impresa. Il che non significa escluderli da quest’ultima, ma eventualmente, accompagnare il loro inserimento con la consulenza di manager esperti non solo nella gestione, ma anche nei passaggi generazionali, che spesso nascondono problematiche culturali e psicologiche non sempre facili da affrontare.

Senza peraltro dimenticare un problema complementare, quello del ricambio generazionale tra i dipendenti, per l’ennesima una volta una vicenda ancora più pressante nelle piccole imprese, dove il singolo addetto “pesa” di più nei processi produttivi interni.

Diciamoci chiaro e tondo che, in questo caso, il pubblico può ben poco. Possiamo immaginarci tutte le agevolazioni di questo mondo, ma se non c’è il giusto approccio, la giusta consapevolezza, non c’è nulla che possa facilitare la trasmissione d’impresa. Il rischio, infatti, è di sottovalutare il know how aziendale per la legittima aspirazione di mantenere all’interno dei legami familiari il patrimonio professionale costruito con i sacrifici di una vita. Ma il passaggio dell’azienda dal padre ai figli, senza differenze di genere, senza distinzioni tra singolare e plurale, non è così automatico.

Forse è anche a causa del fatto che la percentuale di passaggi d’impresa “familiari” sia percentualmente assai inferiore a quella italiana che nelle altre nazioni del continente si cresce di più. Qual è la soluzione, allora? Probabilmente non ne esiste una sola: servono figure specializzate nella trasmissione d’impresa, serve un’azione culturale, da svolgersi a cura delle associazioni d’impresa, ad esempio. Ma, soprattutto, serve da parte dei capitani d’azienda, la consapevolezza dei propri limiti e, soprattutto, eventualmente quella degli “eredi”: non avere nel proprio DNA i geni dell’impresa non è una colpa, ma è un delitto rischiare di gettare alle ortiche il lavoro di una vita.

 E voi cosa ne pensate?

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