Fiducia Ceca nell’industria italiana

0
300

La Repubblica Ceca rappresenta tuttora, a 19 anni dalla pacifica separazione dalla Slovacchia, una delle terre più avanzate e occidentalizzate del vicino Est. Dati recenti ne segnalavano un prodotto interno lordo nazionale in crescita per circa il 2,2% su base annua e un accettabile livello della disoccupazione calcolata attorno all’8% con stipendi medi pro capite vicini ai mille euro mensili, tradotti dalla locale valuta denominata Corona ceca. Interessante nell’ottica del business la tassazione sul valore aggiunto, con un’Iva ferma al 20%. E quanto alle imposte appare degno di nota il fatto che quelle sugli utili delle aziende siano pari al 19%, mentre quelle sulle persone fisiche nelle ultime rilevazioni arrivavano al 15%. Con un’inflazione attestata intorno all’1,8% lo Stato retto oggi da Miloš Zeman presenta aspetti di interesse per le attività industriali, commerciali e dei servizi di importazione. Vi sono infatti già attive realtà multinazionali targate Germania e Francia, ma è rilevante anche il fresco contributo della sudcoreana Hyundai che a Praga e dintorni ha investito una quota pari a circa un miliardo di euro. Un quadro entro il quale il sistema-Italia non ha potuto sin qui giocare un ruolo da assoluto protagonista, vista pure la mole dei concorrenti, ma può comunque sciorinare numeri e soprattutto prospettive più che incoraggianti.

25 milioni dal settore metalmeccanico
Se osservatori e operatori del mercato quali Accoa e  l’Associazione delle Camere di commercio dell’Europa centrale qui rappresentata dal vice segretario generale Valerio G. Fratelli definiscono «interessante» l’interscambio con l’Italia, le cifre del budget nostrano confermano l’impressione. Con un 4,2% di peso per le esportazioni contro il 3,5% della quota import, la Penisola ha messo sul piatto 25 milioni riservati in misura preponderante al settore metalmeccanico nelle sue varie accezioni grazie per esempio all’impegno di colossi quali Brembo o Sace. E d’altro canto data la presenza fra i player italiani di marchi quali Eni e Autogrill è facile comprendere il potenziale del panorama locale, non già territorio di delocalizzazione ma culla di una clientela interna in crescita.
«Va ricordato», ha infatti esordito Fratelli, «che il Fondo monetario internazionale ha depennato già nel 2008 la Cechia dall’elenco dei Paesi in via di sviluppo spostandola fra le economie sviluppate». Secondo Fratelli nelle 14 province che la compongono «agiscono una sessantina di aziende a capitale interamente italiano, ma se si intende prendere in considerazione la totalità del volume d’affari generato dal made in Italy bisogna tenere conto anche delle società partecipate e dei presidi commerciali con punti vendita che vanno dagli elettrodomestici all’arredamento, sino alla moda». Le strategie adottate per operare in loco sono ben equilibrate e mescolano un adeguato cocktail di attività distributive e produzioni a costi ancora relativamente bassi. «Poste queste premesse», ha detto Fratelli, «per le aziende più piccole è probabilmente più semplice reperire dei partner locali con cui cooperare, che d’altronde rappresentano una non trascurabile risorsa anche per le grandi».

È (anche) un Paese per piccoli
Ma pur essendo la Repubblica Ceca una democrazia parlamentare bicamerale evoluta e culturalmente molto vicina all’Occidente, bene è sempre muovervisi col supporto di consulenti esterni esperti fra i quali naturalmente anche l’organismo rappresentato qui da Valerio G. Fratelli. «Prerogativa delle strutture specializzate», ha detto, «è consigliare le aziende sulle mosse da fare e appoggiarle in tutte le fasi operative sia rivolte all’internazionalizzazione sia di delocalizzazione». In periodi a noi più vicini l’iniziativa di Accoa sul territorio è stata forse meno intensa che non in passato ma l’intenzione dichiarata è quella di riguadagnare il tempo perduto anche grazie a una pubblicistica mirata di imminente lancio. Fra i più celebri marchi già operativi a Nord della ex Cecoslovacchia l’Associazione vanta tuttavia alcuni affiliati, nonostante le richieste di consulenza le vengano in prevalenza da «imprese piuttosto piccole in cerca di alleati commerciali». E a dispetto di alcune flessioni registrate fra il 2010 e il 2011 le opportunità sono ancora numerose. «I flussi di investimento dall’Italia verso la Cechia», ha osservato il vice segretario generale di Accoa, «sono scesi di circa 55 milioni e 300 mila euro nel 2011 mentre l’anno prima si era in positivo per poco meno di 25 milioni. Sono calati i capitali sociali per -26,604 milioni e anche la voce altri capitali è scivolata registrando una minusvalenza da 41,892 milioni. È altrettanto vero però che gli utili reinvestiti hanno seguitato a crescere toccando la quota di 13,132 milioni di euro».

La produzione industriale in crescita del 7%
Alla fine dello scorso anno nella graduatoria degli investitori stranieri sul suolo della Repubblica Ceca l’Italia si era classificata solamente al 15esimo posto, ma il piazzamento non deve preoccupare perché molti sono i fattori che vi incidono come spesso accade se si parla di internazionalizzazione. «Molti calcoli sugli investimenti diretti non rendono ragione della forza della Penisola in qualità di partner commerciale», ha rilevato Fratelli, «e la discrepanza va attribuita al fatto che buona parte delle nostre spese non compaiono nelle statistiche ufficiali come riconducibili a entità italiane. Realtà importanti del settore energetico che alla prova dei fatti sono fra le potenze industriali estere nel Paese entrano nella statistica per esempio con una targa olandese per via delle alleanze siglate». In ogni caso non è affatto una cattiva idea quella di considerare la terra di Kafka come un approdo fruttuoso per una variegata porzione del nostro business con il relativo corollario del suo indotto: «Nel 2011 la produzione industriale si è distinta in crescita del 6,9% su base annua», ha rammentato Valerio G. Fratelli, «e questo valore non fa che confermare la tendenza già in atto a partire dal dicembre del 2009 quando le attività hanno iniziato a espandersi con cifre positive dopo i rallentamenti determinati dai prodromi della crisi globale. E l’incremento è più accentuato in segmenti come quello dell’automobile, salito del 21,2%; delle macchine e dei macchinari con il loro +12,3%; infine della lavorazione di gomma e materie plastiche attestatasi a un solido +10,1%».  Tutti comparti nei quali, come si può vedere, l’eccellenza italiana può correre nelle prime file.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here