“Felici o Infelici?”

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Industrial turbine at the workshopNon è un titolo Amletico. Non siamo di fronte ad una scelta. Vogliamo o possiamo essere felici oppure infelici. Al contrario è una strada obbligata. Questa Italia deve essere al contempo felice ed infelice. E come giusto che sia partiamo dal vedere perché possiamo essere felici. Dobbiamo esserlo perché seppure di uno solo misero 0,1% ma si cresce. Questo è il dato dell’ultimo trimestre 2013. Quasi l’80% delle aziende ha mantenuto inalterato il capitalo umano insito nelle aziende italiane. Circa l’11% l’ha addirittura aumentato e solo il 9% è artefice della diminuzione del proprio personale. L’Istat ha rilevato che le aziende che esportano più del 75%, è salita dal 14,4% nel 2010 al 19,7% nel 2013. Nonostante questo lungo periodo di cambiamento economico industriale complessivo, molto invasivo, molto verticale, capace di toccare il nucleo centrale della nostra economia e del nostro tessuto sociale, si ha ancora voglia di svilupparsi, di costruire un futuro per se stessi, per la propria azienda, per le generazioni che verranno. Questo ultimo dato è confermato dal fatto che molte imprese anche in questo ultimo anno, hanno migliorato la qualità dei propri prodotti, efficentato l’azienda, ridotti i costi. Quindi il tessuto industriale italiano, ha ancora voglia di crederci, di progredire, di innovare. Altro dato molto importante è il fatto che da recenti indagini, le aziende che in qualche modo sono inserite in distretti industriali ben specifici, le aziende che non giocano la partita della rinascita nel 21° secolo in solitudine, sono quelle che hanno meglio performato anche di diversi punti percentuali. Dobbiamo essere felici, perché molte investitori stranieri, cosi come in un outlet fanno ancora shopping, andando a comprare le nostre aziende. E si compra di tutto. Dall’altra parte però si deve essere infelici. Perché la Francia e la Spagna nello stesso periodo hanno segnato una crescita del Pil dello 0,3%; la Germania di uno 0,4% e nel 2014 stima uno 1,8%; il Portogallo fa registrare il nono mese consecutivo di crescita. Infelici perché circa 100 mila imprese hanno chiuso, perché dal 2008 la produzione è scesa del 24% e fra il 2011 e il 2013, la forbice, consumi interni, quindi acquisti del paese Italia ed export, quindi vendita di prodotti all’estero, si è allargata di 30 punti. Infelici, per la preoccupante disoccupazione giovanile, per quella femminile, per le aziende che cercano di trasferirsi all’estero, per i cervelli che fuggono. E perché avviene tutto ciò? Semplicemente per due ordini di motivi: il peso in termini di costi, efficienza, redditività, burocrazia, della mancanza di una strategia per il Paese. Occorrerebbe un piano di sviluppo industriale e sociale da vera nazione europea, occidentale, con una storia millenaria. E allora cosa aspettiamo? Dall’altra, perché le nostre imprese, la tipica azienda italiana, fa ancora fatica a concepire di dover modificare ora, adesso, invasivamente la propria testa, quella dei collaboratori, la propria organizzazione. E allora retoricamente affermo: se qualcuno vien da lontano a comprarci, se i nostri prodotti piacciono, se il Made in Italy è un valore, se la professionalità delle nostre imprese manifatturiere è percepita, allora scansiamo gli alibi, racimoliamo le forze, economiche e non, innoviamo, sviluppiamo, aggreghiamoci, viaggiamo, accompagnamo alla fuoriuscita di chi ha contribuito ad edificare una situazione colabrodo sì fatta, e torniamo ad essere quell’Italia invidiata, amata, espressione di prodotti belli e di qualità.

Voi cosa ne pensate?

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