L’opinione: perché non diventeremo cinesi

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foto AFacile mitizzare la Cina: un grande mercato in espansione, costi irrisori rispetto a quelli delle economie occidentali e chi più ne ha, più ne metta. In realtà, ogni esperienza di espansione sul mercato cinese ha specificità che cambiano da settore a settore, com’è ovvio, ma che si modificano anche all’interno dello stesso comparto produttivo. Produci macchinari? Non puoi limitarti a realizzarli, ma devi anche attivare un servizio di assistenza all’estero. Attivi un servizio di assemblaggio? Devi pensare a un attento servizio di controllo, se vuoi mantenere un elevato standard qualitativo.
Già, la qualità: sembra ancora essere questo il grande discrimine tra la scelta di produrre in occidente, Italia inclusa, e quella di tentare la carta dei paesi a basso costo (di manodopera).
Attenzione, però, perché in realtà non (solo) di qualità si tratta. Non è mica tanto vero che in Cina e dintorni le cose non si sanno fare. Piuttosto, il vero valore aggiunto delle nostre produzioni è la competenza, tant’è che l’attività di prototipazione delle imprese, grandi o piccole che siano, mai nella vita si spostano dall’Italia. Gli stessi tedeschi si rivolgono alle imprese (spesso piccole e medie) del Nord Est del Paese per risolvere problemi di processo e di innovazione. E stiamo parlando di aziende come Mercedes, Lamborghini (sì, adesso è tedesca pure quella).

E’ questa la “vera” qualità dei nostri sistemi produttivi: quella percepita dai committenti stranieri, che talvolta, nell’impossibilità di replicarla, se ne appropriano qui, a domicilio: sono numerosi i casi di imprese d’oltreconfine che rilevano piccole aziende meccaniche italiane per utilizzarne le competenze. Senza peraltro riuscire a riprodurle nel proprio Paese, perché le nostre Pmi hanno un punto di forza difficilmente clonabile, vale a dire una rete, una catena di relazioni e di competenze (tecniche e di processo) nella quale il valore totale è superiore alla somma dei singoli addendi.
Il problema, allora, non è difenderci dall’onda cinese: le imprese che producono manufatti a basso valore aggiunto fanno bene ad andarci laggiù, così come quelle che cercano di farsi largo in quei mercati lontani. La nostra economia, in particolare il settore della subfornitura, è su questa peculiarità che deve puntare. Ma questo non possono farlo gli imprenditori da soli: è il Sistema Paese che deve convincersi a puntare su questi punti di forza. Deve farlo sviluppando politiche – penso alla formazione, ma anche ai passaggi d’impresa – che consentano di non disperdere il patrimonio di competenze maturato nel corso di decenni. Attivando azioni per favorire lo sviluppo tecnologico delle aziende (penso ai tecnopoli emiliani e ai centri di ricerca lombardi). Sviluppando interventi di sostegno per gli investimenti. Troppo spesso, invece, i fatti dimostrano che manca questa consapevolezza. Pensiamo alla cosiddetta “Nuova Sabatini”, un intervento agevolativo per gli investimenti che richiede una corsa ad ostacoli che richiedere sino sei mesi (!) per avere la certezza dell’accoglimento della domanda di finanziamento.
Di certo c’è una cosa: risolvere i problemi delle imprese significa conoscerle, sporcarsi le mani con esse. Una dote sino ad oggi mancata a chi ha il compito di “fare” le politiche industriali della nostra Italia.

Voi cosa ne pensate?

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