Aria nuova

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di Stefano Colletta
Finalmente il 2012 si è concluso. Per l’Italia e soprattutto per parte di essa è stato un anno intenso, impegnativo in taluni casi disastroso ma certamente nulla è finito  come invece i  Maya profeticamente avevano sostenuto. Un’aria nuova è in arrivo, questo è ciò che si percepisce, o a cui si vuole credere. Di certo dovremo rimanere saldamente ancorati alla realtà così come anche la cancelliera tedesca  Merkel ha prontamente provveduto a dire ai propri connazionali durante il messaggio del 31 dicembre. Ci vorrà un’Europa nuova, con nuove intese e soprattutto con nuove politiche  di sviluppo industriale e commerciale, che non siano la somma delle esigenze dei singoli paesi che la compongono, bensì intelligente sintesi di valorizzazione dei patrimoni presenti in questo vecchio mondo occidentale un po’ confuso ma di sicuro lontano dall’essere allo sbaraglio. Non sarà un 2013 facile ma forse con una politica di bilancio seria e sotto controllo, con le riforme strutturali non più solo promulgate ma attuate, ed ovviamente non solo in Germania dove forse vi è meno l’esigenza ma in Francia, in Spagna e perché no anche nella nostra Italia, lavorando, possiamo pensare ad un anno che pian piano ci aiuterà a mettere dietro alle spalle i tempi duri e i sacrifici trascorsi. Un’aria nuova in Europa, nei singoli paesi, in politica come nell’industria e quindi in tutti i settori da quelli manifatturieri a quelli commerciali. Un quadriennio quello dal 2008 al 2012 di indiscussa tensione ma anche fonte di lezioni quotidiane su come reggere il timone dritto. Dobbiamo lavorare affinché un’aria nuova pervada la nostra Italia. Che tenga conto di quanto questo paese, la sua imprenditoria, riesce a produrre prodotti di qualità e di indubbia bellezza riconosciuti tali dal resto del mondo. L’Italia, la tanto martoriata e a volte bistrattata Italia, con le sue imprese sta arrancando faticosamente alla ricerca costante di risultati positivi. E questi ci sono. Il nostro export manifatturiero è secondo solo a quello tedesco. L’Italia è uno dei soli 5 paesi del G-20 ad avere un segno positivo strutturale con l’estero nei manufatti. Un paese fatto di piccole e medie imprese (il quarto capitalismo), riesce ad avere su 4000 prodotti scambiati internazionalmente e statisticamente censiti, ben 2000 che rappresentano un surplus di bilancia commerciale notevole. Prima e meglio di noi solo la grande Cina. Quindi, l’Italia un po’ “sgangherata” riesce comunque a mantenere una competitività estera importante che forse è diventato il vero motivo per il quale questo paese è ancora in piedi. Ma dobbiamo fare ancora di più. Dobbiamo essere ancora più presenti sui mercati esteri, anche per bilanciare il collassato mercato interno. Un aria nuova che parli cinese, turco, arabo, inglese, deve permeare la nostra nazione. Facciamo in modo che cinesi, turchi, arabi, coreani, russi, comprino le nostre meraviglie, i nostri gioielli che tanto siamo in grado di produrre, frutto di pregiate imprese metal meccaniche (e non solo). Un aria nuova però che riveda il carico fiscale per le imprese; la farraginosità burocratica tutta italiana; il credito con i suoi stretti viottoli impercorribili; la scarsa ricerca nelle nostre imprese e gli scarsi incentivi economici a farla; un’aria nuova che porti finalmente una politica (industriale) all’altezza di un imprenditoria e di una gamma di prodotti che il mondo globalizzato cerca giornalmente di imitare e di acquistare. Un’aria nuova, voi cosa ne pensate?

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