L’Italia, come si sa, è il regno delle piccole imprese, il Paese in cui la natalità imprenditoriale è altissima (a dire il vero, più nel settore del commercio e dei servizi che in quello della produzione). Il problema, tutto nostrano, è che un’impresa su due chiude i battenti entro quattro anni dalla nascita. E quelle che resistono si trovano di fronte ad un altro grosso problema: crescere. Crescere da un punto di vista produttivo, organizzativo, commerciale e, ovviamente, dimensionale.

É questo, la crescita appunto, il male nemmeno troppo oscuro che affligge le piccole imprese del Bel Paese, soprattutto quelle manifatturiere, che hanno bisogno di investimenti più rilevanti rispetto ad aziende di altri settori, ad esempio quelle dell’ict. Ed è un male che ha un nome ben preciso: sottocapitalizzazione.

Le origini sono in parte… ereditarie (si calcola che il 92% delle imprese italiane sia guidata dalle famiglie dei padri fondatori delle stesse e che siano quindi mondi un po’ refrattari alla modernizzazione, al rinnovamento), sia finanziarie. Nel senso che è sempre più difficile reperire sul mercato dei soldi le risorse per porre in essere gli investimenti necessari alla crescita. Stiamo parlando di competenze (come fai a internazionalizzare se non hai nessuno in ufficio che parli quanto meno l’inglese?), tecniche o commerciali che siano, di investimenti (e non in muri, ma in macchinari). E, appunto, in capitale. Perché, se non dimostri di essere solido, oggi nessuno ti dà i danari che servono per investire, sebbene liquidità ce ne sia in abbondanza e anche a basso prezzo.

É un po’ ciò che accade per i bilanci: puoi cercare di farli apparire più “brutti” di quanto non siano per ragioni fiscali, ma poi l’eventuale risparmio in tasse lo si paga in termini di credito, che diventa meno facile e più costoso.

Che fare per curare questo male? Medicine in questi anni ne sono state somministrate: sono tutti quegli strumenti tesi a agevolare il reinvestimento di captale dell’imprenditore nella propria azienda (il provvedimento governativo noto come Ace, le cambiali finanziarie, il crowdfunding e, per le aziende già un po’ strutturate, i minibond). Ma si tratta di soluzioni di medio periodo, che non curano l’emergenza, ovvero la carenza di capitali. Al di delle operazioni “tecniche” (ad esempio, agevolazioni fiscali ai fondi o ai privati che decidano di investire nel capitale delle pmi), sul breve periodo, serve un’operazione consapevolezza sui piccoli imprenditori. Serve, cioè, far capire a questi ultimi che la solidità della loro impresa non la si misura (solo) sulla base dello spessore dei muri del capannone, ma soprattutto sulla consistenza del capitale sociale.

Meno muri più capitale, insomma: questo lo slogan che serve per allungare la vita delle start up e favorirne la crescita.

 …. e voi cosa ne pensate?

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