C’erano una volta le regioni…

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ErmesFerrari

ErmesFerrariUna volta lo sviluppo lo si faceva nei centri urbani: i vertici del famoso triangolo industriale Genova-Torino-Milano li insegnavano a scuola. Ma in questi decenni di globalizzazione, di sviluppo tecnologico, come si sono modificate le direttrici su cui si muove lo sviluppo manifatturiero?Beh, innanzitutto si è assistito a una sorta di disseminazione del sistema produttivo, un big bang che ha portato le imprese quasi a polverizzarsi sul territorio. Non a caso, ovviamente, ma distribuendosi attorno alle grandi vie di comunicazione. Rimanendo sempre al nord, una bella analisi del Centro Studio Sintesi dimostra, numeri alla mano, che l’occupazione (fotografata dal numero di addetti ogni cento abitanti) oggi è concentrata all’interno di un’area spostata a est rispetto al “vecchio” triangolo industriale e compresa tra Milano, Bologna e Venezia. Peraltro, senza essere concentrata in queste tre città metropolitane o presunte tali, ma sviluppandosi sugli assi di collegamento (le autostrade innanzitutto)
Attenzione, non si tratta di un mero esercizio statistico, ma di una considerazione che ha conseguenze di politica economica tutt’altro che scontate. Tanto per cominciare, una lettura di questo tipo manda in pensione il modello di sviluppo basato sul policentrismo. Significa, in concreto, che le eccellenze locali devono essere integrate, che le grandi città non hanno più una funzione di centro di gravità, o meglio, la hanno nella misura in cui queste riescono a mettersi al servizio del territorio.
Soprattutto, se seguiamo questa interpretazione, scopriamo che i territori si stanno ridisegnando, alla faccia dei confini amministrativi, a cominciare dalla regioni, piuttosto che dalle province. Significative a questo proposito sono le “prove” di dialogo intraprese da Unioncamere di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, un’area che vale il oltre il 40% del Pil nazionale e più della metà dell’export tricolore.
E’ tenendo conto di queste tendenze che dovrebbe essere basato l’efficientamento del sistema finanziario, il sistema di formazione ed istruzione, l’assetto amministrativo, quello fiscale. Anche l’azione di lobby dovrebbe seguire la stessa traiettoria, e non sono casuali in quest’ottica i progetti di fusione tra associazioni datoriali e sindacati dei lavoratori. Del resto le imprese, come spesso avviene, questa strada l’hanno presa autonomamente, arrivando ben prima delle teorie economiche.
Rimane il problema della definizione di questi nuovi territori a geometria variabile, senza la creazione di sperequazioni e disequilibri. Che significa, ad esempio, trovare incentivi che non si fermino davanti ai confini regionali (per dire, capita che i finanziamenti delle reti di impresa impediscano di coinvolgere aziende su area vasta), individuare politiche formative su ampia scala, organizzare iniziative (pensiamo all’export) di portata extraregionale.
Ecco, anche di questo dovrebbe occuparsi la politica, se questa vuole recuperare il legame con un territorio che non è più quello di una volta.

                                                                                                                                                                          …… e voi cosa ne pensate?

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