Argentina: le possibilità per le aziende italiane

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mercato argentina internazionalizzazione

mercato argentina internazionalizzazioneNumeri aggiornati al 2011 ed elaborati dal Politecnico di Milano per l’agenzia Ice, specializzata nelle strategie di internazionalizzazione del made in Italy, hanno evidenziato in Argentina la presenza di ben 373 imprese partecipate da aziende italiane. Un raggruppamento rimasto sostanzialmente stabile o addirittura in lieve crescita lungo tutto il periodo esaminato: dal 2005 al 2011 appunto. Dieci anni fa sul territorio si contavano 316 società a capitale tricolore e il picco massimo della presenza di realtà targate Italia è stato raggiunto nel 2008 con 374 unità. In aumento, almeno sino all’inizio di questo decennio, anche il totale dei loro addetti. Erano 26 mila e 71 nel 2005; poco più di tre anni orsono sfioravano i 40 mila. Quanto al loro volume d’affari, posto un quadro economico e politico che come si avrà modo di vedere è tutt’altro che semplice, Ice e gli analisti del Politecnico lo calcolavano in circa 12 miliardi di euro, sempre alla fine del 2011. Solo due anni prima il fatturato complessivo era di poco inferiore ai 9,5 miliardi, ma all’inizio delle rilevazioni era a quota 4 miliardi e 894 milioni. Le cifre dicono dunque che fare business in Argentina non è soltanto possibile, ma può anche risultare estremamente redditizio. L’esperienza suggerisce invece che per agire sulle sponde del Rio de la Plata è necessaria la massima prudenza. Nel particolare, l’esperienza è quella di Sace, gruppo assicurativo-finanziario che sostiene la competitività delle imprese italiane, che alla nazione dei Peron ha dedicato un recente report. «L’Argentina presenta senza dubbio delle opportunità», ha detto a Subfornitura News il chief economist di Sace Alessandro Terzulli, «ed è valso all’Italia circa un miliardo di esportazioni sino al 2014, quando l’export ha segnato un calo del 5%. La manifattura locale non è particolarmente sviluppata; ed è debole la produzione di tecnologie e macchinari. Non a caso la meccanica strumentale ha rappresentato il 47% delle vendite italiane nel Paese nel 2013 e a questo va sommato il 10% incarnato dall’industria dell’auto e relativo indotto. Tuttavia, la cautela in questo mercato, che presenta ancora diverse criticità, è d’obbligo».

Energia a tutto gas
E sempre guardando all’avvenire, le risorse del sottosuolo di cui l’Argentina è ricca possono offrire sbocchi ulteriori alle nostrane competenze. «Nonostante le molte incognite», ha proseguito Terzulli, «lo sfruttamento del gas di scisti o shale gas può aprire prospettive interessanti. I giacimenti argentini sono terzi al mondo per grandezza preceduti soltanto da quelli statunitensi e cinesi. Questo non può assicurare chance alle nostre aziende, direttamente, ma qualora dovesse crescere anche con l’ausilio di investitori esteri, l’Italia potrebbe mettere a frutto le sue competenze sull’impiantistica». Analogamente potrebbero dare soddisfazioni anche le fonti di energia tradizionali, petrolio in testa, nonché le attività minerarie, con una buona disponibilità di metalli preziosi, nelle quali le tecnologie del Bel Paese potrebbero ritagliarsi un ruolo di primo piano. Come hanno però mostrato alcune recenti querelle, sulle risorse del sottosuolo tende a stagliarsi l’ombra delle nazionalizzazioni: ed esse non sono che uno fra i lati oscuri di uno Stato storicamente molto turbolento. «Il contesto finanziario è intricato», ha detto Terzulli, «perché dopo il default del 2002 l’Argentina si è ripresa, ha fluttuato, è di nuovo caduta in recessione: mentre l’attesa sul Prodotto interno lordo è per un -2% nel 2015; il tasso di inflazione dichiarato è probabilmente sottostimato: nel 2014 vari osservatori hanno parlato di un’inflazione al 28% con il pericolo però di arrivare al 38%». Preoccupanti per una nazione in cui l’Italia è il terzo investitore straniero dopo Canada e Cina sono poi il fenomeno della fuga dei capitali all’estero e il tasso di cambio, controllato dall’esecutivo, è sopravvalutato in modo artificioso. Fiorisce perciò il mercato parallelo e illegale del dollar blue, con uno scambio dollaro-peso a valori più alti di quelli ufficiali mentre non essendo per vocazione un esportatore, lo Stato latino-americano non trae beneficio alcuno dalle politiche di svalutazione.
Buenos-Aires
Il peso della valuta
«L’accesso alla valuta non è libero», ha detto inoltre Terzulli, «ma soggetto a restrizioni che impattano sulle aziende, in difficoltà nel tradurre i redditi in peso argentino in valute più solide». Avere una controparte con sedi in Paesi vicini nei quali l’accesso al cambio è più semplice e dove è più facile ottenere moneta estera può essere, da questo punto di vista, una buona forma di difesa. Per chi esporta, come gli italiani, i clienti impossibilitati a saldare in una divisa forte diventano altrettante potenziali fonti di rischio. A tutto ciò si sommano gli oneri di tipo autorizzativo e normativo oltre che burocratico che caratterizzano le importazioni in Argentina. «I regolamenti da rispettare sono complessi», ha detto Terzulli, «e le pratiche doganali affette da straordinarie lungaggini che fanno lievitare i costi. Sono misure mirate a proteggere la produzione interna che però a lungo andare influenzano in negativo la competitività».

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